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Con Made In Italy hanno vinto il Premio Scenario e si sono
imposti all'attenzione nazionale: i veronesi Babilonia Teatri
hanno idee chiare ed energia da vendere. Made in Italy è una
requisitoria, intelligente e sarcastica, sul qualunquismo italiano; un magma di
parole urlate e disperate, un attacco all'arma bianca contro i luoghi comuni, i
pensieri facili, le ipocrisie e le sciocchezze di un NordEst che è paradigma
del Bel Paese di questi anni sciatti. Sono bravi, Valeria Raimondi
ed Enrico Castellani, e sanno colpire con il gusto caustico di
chi non sopporta più la barbosità saccente o le prediche inutili. Procedono per
accumulo e per giustapposizione, per accostamenti eccentrici e visioni
sconcertanti, per smontaggi semantici o giochi linguistici, in una vertigine
divertente e dissacrante.
Da dove partire? Evitiamo l'autopresentazione del gruppo, formula
abusata in questi ultimi tempi, ma partiamo da una mia suggestione: ossia quel
"Babylon System" di Bob Marley e non solo. Nel Rastafarianesimo
jamaicano Babilonia è l'Occidente, la realizzazione del Male. Perché questo
nome per il vostro gruppo?
Valeria: In realtà il nome nasce da uno spettacolo, per il quale ci
siamo uniti, che trattava della guerra in Iraq. Avevamo lavorato tanto, ma non
abbiamo mai fatto lo spettacolo. Si doveva intitolare Cabaret Babilonia:
siamo legati a quel primo spettacolo, abortito ma per noi importante. E tutto
l'immaginario di Babilonia entra in questa suggestione.
Verona-Babilonia?
Enrico: Direi di no! Verona potrebbe essere, positivamente, una
Babilonia, ma non ci prova. Fa di tutto per non diventarlo: è una città chiusa
a riccio, ci sono interi quartieri ricchi di immigrazione, ma la città non si
apre al mondo. Noi per primi non la viviamo: o meglio, la viviamo ad esempio
attraverso il carcere, dove lavoriamo con laboratori di teatro. E con quelle
persone, che arrivano spesso da fuori, da tante parti del mondo, e potrebbero
essere la babilonia di oggi, abbiamo un dialogo diretto. Poi, fuori dal
carcere, quella babilonia sembra non esistere!
Come tutti i gruppi giovani della ricerca fate anche voi un doppio
lavoro? Il teatro sociale mantiene la ricerca?
Valeria: Dobbiamo fare anche una lettura in dialetto veneto...
Oddio! Un gruppo vernacolare?
Valeria: Ci siamo prestati volentieri per una iniziativa locale...
Ma quello del carcere è un lavoro molto serio, che facciamo da anni. Ha un
valore molto più ampio che non il sostentamento...
Enrico: Anche il nostro sguardo sul mondo è cambiato nel confronto con
la realtà carceria...
Quali sono le parole chiave per capire il vostro teatro?
Valeria: Divertimento.
Enrico: Accumulo.
Valeria: Cinismo!
Enrico: Blob... Insomma, tutto quel che attiene alla post-produzione.
Ci siamo trovati molto nelle teorie di Nicolas
Bourriaud sull'arte...
Il download come criterio creativo?
Valeria: Le cose che noi accumuliamo, le nostre scritture, acquistano
senso "dopo". Dalla sovrapposizione, dal confronto. È una playlist
continua, una scaletta scelta tra i tanti materiali che abbiamo a disposizione.
Scarichiamo da Internet, scriviamo tantissimo, scegliamo le musiche...
Enrico: Ma in scena non c'è nulla di improvvisato, è una costruzione
geometrica, precisa. Cerchiamo rigore...
Anche dal punto di vista coreografico, questa
strutturazione-non-strutturazione è interessante...
Valeria: In Made in Italy ci sono scene "di
delirio" che non possiamo codificare, altrimenti perderebbero di forza e
freschezza.
È un teatro politico il vostro?
Enrico: No, direi di no. C'è uno sguardo etico, forse morale, di
qualcuno che si pone di fronte al mondo. Ma cerchiamo di evitare la categoria
del "politico".
Valeria: Con il nostro teatro facciamo una fotografia: scegliamo il
punto di vista, l'angolatura, ma non vogliamo giudicare. E l'accumulo nasce
proprio dalla volontà di non giudicare.
Offrite un blocco di fatti allo spettatore...
Valeria: Ed è un aspetto che molti ci criticano. Ci chiedono il nostro
punto di vista, una soluzione ai problemi che fotografiamo. Sicuramente c'è una
morale, ma non vorremo essere moralisti...
Enrico: Sappiamo di essere parte integrante di quel mondo che
fotografiamo, non ci poniamo al di sopra di esso.
Il vostro spettacolo può far pensare, per certi aspetti, al teatro di Rodrigo Garcia. È un vostro punto di riferimento?
Valeria: Ci piace molto. Ci ha fatto scoprire un teatro capace di
guardare la realtà.
Enrico: Forse Garcia rischia di essere troppo moralista, paternale...
Valeria: Ma ha delle immagini incredibili. Che ci piacciono molto...
Facciamo il "Gioco delle definizioni": chi è il
"pubblico"? Cosa rappresenta per voi?
Enrico: Sicuramente è molto importante, fondamentale per il nostro
stare in scena.
Valeria: Anche se ci vergogniamo un po' a dirlo! Oggi, rispetto a
tanto teatro contemporaneo italiano, sostenere che il pubblico è importante
suona scandaloso!
E cosa è la "quarta parete"?
Enrico: La salvezza di tutti gli attori! Ma l'energia di uno
spettacolo deve poter attraversare la quarta parete.
Valeria: Per noi non c'è: non fingiamo nulla, siamo noi stessi. In Made
in Italy il macchinista è in scena... Tutto è svelato!
Allora chi è il "personaggio"?
Valeria: Ci definiamo amplificatori, medium di voci che ributtiamo
fuori. La domanda che ci poniamo continuamente è "come" dire le cose.
Per questo, il nostro lavoro dovrà confrontarsi sempre più con la musica, con i
codici del rap.
E cosa è la "maschera"?
Enrico: Forse quel che facciamo in scena è costruire icone, e non
maschere. Lavoriamo su immagini mentali, sul sentito dire, il luogo comune...
La "regia"? Come avete lavorato a questo spettacolo?
Enrico: Cerchiamo di lavorare assieme, con compiti diversi, ma mai
codificati: per i nostri lavori parliamo di "cura", di un "Di e
Con". Scrittura e regia si mescolano nella composizione. Al di là di chi
fa una cosa e chi ne fa un'altra. Parliamo tantissimo, confrontiamo le idee,
lavoriamo "a tavolino" nel senso che la prova sul palco non è poi
così importante rispetto all'elaborazione del materiale. Il lavoro grosso è la
scrittura.
Valeria: Le nostre sono appunto composizioni di playlist, piuttosto
montaggi di montaggi che non regia tradizionale.
E dunque la drammaturgia? La vostra è una scrittura rigorosa e
originale, fatta di associazioni, richiami, giochi di parole, luoghi comuni reiterati...
Valeria: Enrico ha una capacità linguistica, di gioco e invenzione,
davvero incredibile. Io ho la capacità di mettere in discussione tutto, non mi
innamoro di quello che scriviamo. Buttiamo via tante cose, che pure possono
sembrare efficaci o belle o divertenti.
Fondamentale è il ritmo...
Enrico: Proviamo tanti modi diversi di scrivere. Nei laboratori
che facciamo con i ragazzi abbiamo elaborato un modo di parlare tutti assieme,
esercizio per cui serve una scrittura agile, ritmica. Dai bambini, poi, abbiamo
applicato questa tecnica anche a noi. Ne scaturisce la necessità di una
scrittura sincopata, fatta sul ritmo e non sulla recitazione che consente una
sincronizzazione nella emissione...
Valeria: Poi testi e immagini si incontrano, si inseguono, si
confrontano. Ogni testo deve avere una sua immagine a contraddire, supportare,
guidare.
Si avverte forte un interesse sulla realtà: non vi viene in mente di
fare, che so, tutto Shakesperare?
Enrico: L'argomento è la cosa più semplice, ed è il raccontare
l'oggi. Poi individuiamo la forma più adatta. Ci interessa la realtà.
Una realtà che affronterete anche nel vostro prossimo spettacolo, dal
titolo indicativo di Pornobboy?
Valeria: L'argomento è definito. Dobbiamo indirizzare al meglio la
nostra ricerca: ci sono scoperte che abbiamo fatto, lavorando, che non possono
essere riproposte, ma devono progredire, andare altrove. Dobbiamo e vogliamo
crescere dal punto di vista formale. Ci sono linee che vorremmo provare a
percorrere. Ad esempio non spezzettare il testo in un ritmo
"parole-caos". Vorremmo provare a rendere insopportabile l'accumulo,
in una logorrea insostenibile...
Enrico: Argomento di Pornobboy? Più che il porno in sé, è il
confine, il limite tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. L'ipocrisia del
nostro tempo.
Quanto ha influito il Premio Scenario nel vostro essere compagnia?
Valeria: Come un sogno! Se non ci fosse stato, forse saremmo ancora a
fare spettacoli per amici nel nostro paesino. E abbiamo fatto Scenario
Infanzia che è stato davvero un cammino fondamentale. Ci ha avvicinato al
"professionismo".
Enrico: Anche se, dal punto di vista aziendale, siamo ancora una
"impresa familiare". Non abbiamo alcun tipo di finanziamento Ci
spendiamo molto per riuscire ad esistere.
di andrea porcheddu
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