babilonia_tondo
babilonia_tondo
babilonia_tondo
babilonia_tondo

Per un teatro pop. Per un teatro rock. Per un teatro punk.

Babilonia Teatri è diretta da Enrico Castellani e Valeria Raimondi.

Babilonia Teatri è Luca Scotton, Alice Castellani.

Babilonia Teatri collabora con Vincenzo Todesco, Gianni Volpe, Francesco Speri, Marco Olivieri, Stefano Capasso, Olga Bercini, Paolo Facchini, Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli, Stefano Masotti, Sara Brambati, Valeria Camardo, Eleonora Cavallo, Aldo Miguel Grompone.

Babilonia Teatri è gli spettacoli ad oggi creati:

Babilonia Teatri sta lavorando a:

Babilonia Teatri è stata sostenuta da:

  • Viva Opera Circus,
  • Operaestate Festival Veneto,
  • Festival delle Colline Torinesi,
  • Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria,
  • Santarcangelo 40,
  • C.R.T. Centro di Ricerca per il Teatro,
  • Circolo dei Lettori di Torino,
  • Fondazione di Venezia,
  • Regione Veneto,
  • Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia,
  • Emilia Romagna Teatro Fondazione,
  • Teatro di Roma,
  • Comune di Bologna,
  • Regione Emilia Romagna,
  • La Nef / Fabrique des Cultures Actuelles Saint-Dié- des-Vosges (France),
  • MESS International Theater Festival Sarajevo (Bosnia and Herzegovina),
  • Fuori Luogo La Spezia,
  • La Piccionaia S.c.s.,
  • Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale.

Tra i vari riconoscimenti, Babilonia teatri riceve 2 Premi Ubu,  il Premio Vertigine, il Premio Hystrio alla Drammaturgia, il Premio Franco Enriquez per l’impegno civile, il Premio Associazione Nazionale dei Critici di Teatro.

Babilonia Teatri ha casa ad Oppeano, località Le merle, Verona.

specchio riflesso

Per noi il teatro ha ancora senso di esistere se può ancora essere specchio della società
in cui vive.
Della realtà in cui è immerso.
Del mondo che lo contamina e che lo genera.
Che ne è il fondamento.
La base .
La ragione.
Per noi non esiste teatro senza realtà.
Senza la realtà in cui siamo immersi e che condiziona ogni giorno la nostra vita.
La nostra vita tutti i giorni scorre.
Ci indica su cosa fermarci a riflettere.
La nostra riflessione tende a non essere interiore, ma guarda verso l’esterno.
E’ uno sguardo trasversale che parte dalle nostre vite per metterle in contatto col mondo
esterno.
Mettiamo in relazione le nostre contraddizioni e quelle del mondo in cui viviamo.
Evidenziamo la nostra debolezza.
La nostra finitezza.
La nostra incapacità di essere coerenti.
Di essere completi.
Di avere delle risposte.
Il teatro è il luogo in cui formulare le domande.
In cui senza ipocrisie esprimere i nostri dubbi.
La nostra rabbia.
La nostra indignazione.
In cui provare a condividere in modo sincero, ma senza aspettative, il nostro pensiero e le
nostre prese di coscienza.
Il luogo in cui provare ad avere coscienza di quello che siamo.
Di quello che vorremmo essere.
Di quello che non saremo mai.
Per noi parlare di quello che ci circonda,
in cui viviamo immersi,
raccontare la realtà che ci appartiene è la priorità.
E’ la nostra necessità di non dare nulla per scontato.
Ovvio.
Valido a priori.
E’ la nostra necessità di non delegare.
Di non far scegliere altri al posto nostro.
E’ la nostra necessità di scottarci.
Di toccare con mano dove brucia.
Di rigirare il dito nella piaga.
Di provare ad essere urticanti a nostra volta.
Il tentativo è: fotografare e fotografarci.
Senza sconti.
Con cinismo e affetto assieme.
Ritrarre i nostri tic.
Le nostre ansie.
La nostra schizofrenia.
La follia che siamo e che ci circonda.
Per fare tutto questo raccogliamo pezzi di vita.
Di mondo.
Di realtà.
Li accostiamo e li montiamo.
Senza soluzione di continuità.
Seguendo un filo rosso che non è quello di una narrazione, ma di un sovrapporsi di
significati che emergono scomponendo la realtà.
Il nostro intento non è quello di formulare ipotesi, ma di provare a fermare delle schegge.
Intercettare dei frammenti.
Non siamo noi ad essere incapaci di formare nella mente una immagine integra di noi
stessi è lo specchio in cui guardiamo ad essere frantumato.
Siamo convinti che non sia possibile comporre un caleidoscopio completo.
Convinti che questa non sia una rinuncia.
Una scorciatoia.
Un atteggiamento aprioristico.
Convinti che le sfaccettature e la mutevolezza dell’oggi non siano riconducibili e
racchiudibili in un pensiero chiuso.
La frammentarietà della forma teatrale allora non è solo né principalmente una scelta
estetica.
E’ la forma che per noi più aderisce e meglio rappresenta la realtà oggi.
E’ una forma in cui le parole, i gesti, le immagini si susseguono non perchè conseguenti,
ma perchè giustapposti.
Non vi è mai nei nostri spettacoli una tesi da sostenere, nè un’antitesi da contrapporvi e
meno che mai si può parlare di una qualsiasi sintesi.
Il mondo viene compresso fino al parossismo per rendere esplosive le parole che tutti i
giorni ci scivolano addosso per assuefazione.
Per noia.
Perchè semplicemente abbiamo altro da fare.
Le cronache dei giornali, come della televisione, le immagini che appaiono sotto i nostri
occhi ogni volta che accendiamo il computer sono diventate un panorama costante.
Nel nominarle a teatro la loro forza non risiede nel farle ricordare a chi ascolta, ma nel loro
potere simbolico ed evocativo.
Lo spettatore si accorge di come ogni immagine nominata richiami alla sua mente infinite
altre immagini dello stesso tipo.
Si accorge di come notizie a cui non aveva dato importanza alcuna, di cui si era
completamente disinteressato si siano egualmente fissate nella sua memoria.
Viviamo sotto l’assedio di un bombardamento mediatico.
Un bombardamento che non è più il racconto della realtà, ma è la realtà stessa.
I video sempre accesi davanti ai nostri occhi non sono più un mezzo che ci riporta quel
accade.
Sono un mezzo che determina quel che accade.
Lo condiziona
Lo scandisce.
Ne siamo chiaramente e costantemente contagiati.
I video sono un luogo.
Un luogo in cui spendiamo il nostro tempo.
Le nostre energie.
Le nostre intelligenze.
Sono la realtà.
Per raccontare, fotografare, restituire tutto questo, per noi è necessario ricorrere alle
parole che questi mezzi utilizzano.
È necessario fare propri i loro codici linguistici e il loro vocabolario.
E’ necessario sporcarsi le mani.
Riconoscere di avere le mani sporche.
Di essere parte di quel mondo.
Non scordarselo mai se non vogliamo correre il rischio di fare la parte dei borghesi
illuminati.
E’ nell’utilizzare a teatro la lingua del mondo che il pubblico ha la possibilità di vedersi
rispecchiato.
Di riconoscersi.
Di realizzare che è di lui che stiamo parlando.
Di noi.
Di realizzare che siamo fuori di metafora.
Che non esiste la possibilità di chiamarsi fuori.
Che possiamo ridere o piangere,
provare amarezza o ghignare,
ma ci accorgiamo che quel coacervo indistricabile di contraddizioni siamo noi.
Ci mostriamo nudi.
Senza trarre conclusioni.
Senza proporre soluzioni.
Palesiamo la complessità del reale accostando senza filtri e mediazioni parole, immagini e
punti di vista altri tra loro.
Senza pretesa alcuna di essere oggettivi.
Le parole per acquistare forza hanno bisogno di essere semplicemente dette.
Per noi è il modo più efficace per restituire loro peso e valore.
Per far in modo che ognuno gli attribuisca il peso che ritiene adeguato.
Per non dare una lettura univoca alle parole, ma lasciare al singolo il compito di riempirle
del suo senso.
Facciamo nostri una cifra e un codice linguistico per sviscerarne tutta la forza e le
potenzialità.
Per mettere in discussione i messaggi che veicola.
La lingua viene prima scarnificata.
Masticata.
Analizzata.
Poi la restituiamo.
La vomitiamo.
Spesse volte abbiamo la netta impressione che la parola abbia un potere deflagrante.
Che i nostri corpi sulla scena non abbiano la possibilità di raggiungere un grado di verità e
di violenza in grado di eguagliare la forza della parola.
Il peso specifico delle parole risiede nella modalità con cui vengono accostate e
nell’atteggiamento con cui vengono dette.
Nel dirle noi ci trasformiamo in una sorta di maschera contemporanea.
A parlare non è quasi mai l’attore e non è quasi mai la persona.
E’ una maschera che si fa portavoce di un sentire e di un pensare per consegnare ad altri
la sua esperienza della realtà e del mondo.
La rappresentazione della realtà passa quindi attraverso una rielaborazione del parlato.
Attraverso un lavoro sulla lingua che ci permette di costruire dei testi che possono essere
assimilati a dei rap, delle filastrocche, degli elenchi e dei tormentoni.
Una forma di scrittura intimamente connessa alla recitazione adottata sulla scena.
Recitazione atonale che prende forza grazie alla scrittura ritmica e sincopata.
Recitazione che risponde all’esigenza etica di non stare mai sulla scena fingendo di
essere qualcun altro.
Il lavoro sulle immagini procede invece in altro modo.
Gli oggetti sulla scena non sono mai altro da loro.
Le vasche da bagno sono vasche da bagno.
I tubi luminosi sono tubi luminosi.
Gli oggetti sono reificati.
Semplicemente scegliamo degli oggetti che da soli siano in grado di rappresentare la
realtà.
Verifichiamo che spostati dal loro habitat e posizionati sulla scena non vengano svuotati
del loro senso, ma che coordinati coi nostri corpi il loro valore simbolico venga amplificato.
Tutto è pervaso da una buona dose di autoironia.
Non chiediamo di essere presi sul serio.
Noi per primi ci prendiamo in giro.
Dissacriamo e non piangiamo.
Preferiamo ridere.
Prima di tutto di noi stessi.
E del teatro.
Enrico Castellani
Valeria Raimondi
Babilonia Teatri