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Underwork2018-12-05T16:34:02+00:00

Project Description

UNDERWORK

Underwork è una fotografia mossa di un tempo di mezzo in cui i giovani, se da una parte sono a mollo e annaspano, dall’altra sono a mollo e fanno l’idromassaggio, bevono cocktail, galleggiano. Lo spettacolo racconta in modo divertito e disincantato di come, nel nostro nord est, la situazione di precarietà e incertezza non venga vissuta dai più giovani con l’allarmismo e la preoccupazione di cui si sente spesso parlare, ma al contrario di come universitari e laureati giochino e siano dei liberi professionisti felici. Nel medesimo tempo lo spettacolo si interroga se si stava davvero meglio quando si stava peggio.

Underwork non ha nessuna pretesa informativa sul tema del lavoro precario. Non condanna, non spiega, non dà soluzioni. Procede per frasi corte e serrate, supportate da un incipit forte e caratterizzante, senza rima né armonia. Gli attori, ritti sulla scena o adagiati mollemente nelle vasche piene d’acqua, enumerano ed accumulano frasi, luoghi comuni, dati, canzoni, ansie, imprecazioni, slogan: tutti i punti di vista possibili.

Cosa c’è da spiegare quando nulla ha più senso.

CREDITI

di e con Valeria Raimondi Enrico Castellani
e con Luca Scotton
luci e audio Luca Scotton
costumi Franca Piccoli
organizzazione Alice Castellani
scene Babilonia Teatri/Gianni Volpe
musiche a cura di Babilonia Teatri
realizzato con il contributo della Regione Veneto
e con il parternariato di CGIL CISL UIL Verona, Circolo ARCI Malacarne, Viva Opera CIrcus

“Un esempio incisivo, concreto di teatro contemporaneo, forgiato della grezza materia di questo nostro presente cialtrone e sciagurato, dettato dall’urgenza del dire, plasmato su un’idea stilistica precisa, coerente, perseguita sino in fondo con convinzione. ”

M. Bonetto

RASSEGNA STAMPA

Talvolta va in scena la provincia. Non quella rustica miscela di memorie paesane offerta da intramontabili sagre, a cui attingono agghindati amministratori locali per cavarne sorsi di popolarità. Non quella stereotipata dei vernacoli, delle rievocazioni e del folklore sbandierato per soccorrere operatori turistici in crisi d’idee. Mi riferisco ad una specie di malattia interiore appiccicosa come l’afa d’agosto che costringe pensieri, parole, consuetudini e aspirazioni a ruotare in un abusato, angusto e invalicabile spazio mentale collettivo.

In Italia essa germoglia, prospera e ingrassa, nutrendo l’insicurezza di una generazione di cerca lavoro e l’asfittica esistenza vissuta da perenni precari, intenti ad attraversare, tra un’occupazione a chiamata,un master per “vivere creativamente” e una “specializzazione in fiori di Bach”, l’apparente normalità del quotidiano. A setacciare le miserie di quest’odissea strisciante per la penisola, a percorrerla, descriverla, farne brandelli irregolari di significato e restituirne la caotica accozzaglia di non-sensi, provvedono i Babilonia Teatro, compagnia veronese già premiata da Scenario nel 2007 per Made in Italy e autrice di Underwork, spettacolo che lascia intravedere gli effetti di un’angosciante instabilità occupazionale, proiettandoli sullo sfondo di un provincialismo becero, rappreso in cori da stadio “Chi non salta disoccupato è!” o nelle idiosincrasie da vecchio incattivito “Taiate i cavèi e va a lavurà, ti non ave voia de fae un casso”.

Gli attori Valeria Raimondi, Enrico Castellani, Ilaria Delle Donne e Simone Brussa (quest’ultimo coordinatore dei movimenti scenici) intonano il loro concerto, la loro polifonia disarmonica, immobile, adagiata sul presente. Aumentano i decibel di un recitato incisivo, corposo campionario d’ansie, imprecazioni e slogan.

L’accumulo progressivo di luoghi comuni, dati e canzoni esplode nel serrato succedersi di frasi brevi, ironie appuntite condotte dalla fredda ripetitività dell’enunciato. Esse non sono spiegabili. Perdono ogni accento di melodia, persino d’intenzione. Assumono l’impersonalità di un paesaggio sociale allucinato che gli interpreti abbozzano nell’affannata corsa alla sopravvivenza farcita di curricula da spedire, di codici fiscali da recuperare, di cortesie telefoniche da esibire sino al ridicolo, di corone d’alloro, azzannate e fagocitate per estinguere la fame e ogni residuo ricordo di vanagloria universitaria.

Gli atomi di questo delirio organizzato sono individui appesi alla loro indefinibilità, impegnati ad impegnarsi o sedotti da un’indolenza dilapidatrice e festaiola, sottolineata, in modo un po’ didascalico, nello spettacolo, dalle canzoni di Liza Minnelli, risalenti agli aurei e svaccati anni Ottanta, e da vasche di champagne nelle quali galleggiare persi e presi dietro all’effimera sostanza di un “tempo di mezzo”. In esso “siamo a mollo, annaspiamo, starnutiamo, beviamo cocktail…siamo a mollo come al mare, come nella pancia della mamma, come chi non sa nuotare”. In questa apnea, più o meno consapevole, l’immersione nei colori azzurrati d’una felicità opulenta è la stessa per tutti.

La medesima, meccanica serialità di sorrisi dipinti e indignazioni artificiali.

Un’ inespressiva masticazione di frasi adattabili alla totalità degli uomini, ma incapaci di nascere davvero dalle più profonde esigenze di uno di essi. L’interscambiabilità dei giorni, dei mestieri, dei fatti, delle reazioni, mandata a memoria alla maniera di una nenia o un componimento poetico appreso alle elementari. Fino a quando, l’assurdità di contraddizioni declamate a voce alta e per le quali noi siamo, senza distinzioni,”uomini, lavoratori e campioni del mondo”, diviene abituale, familiare, naturale, affatto impensabile e persino vera. Cresce cosi la grande chimera universale secondo cui la vita avrebbe un senso facile da decifrare. Come una cosa qualunque, il ritornello di una canzone popolare, uno spot pubblicitario, la popolarità dell’ accademico, l’escort e la velina o la disoccupazione “inventata dalle sinistre”.

Tutte certezze attorno al cui fuoco si stringe la provincia, radicale e profonda narrata dagli spettacoli dei Babilonia: l’Italia.

Non è facile, dopo uno spettacolo pluripremiato e apprezzato come “Made in Italy”, portare in scena un lavoro di analoga tematica e impostazione riuscendo, di nuovo, a confezionare un efficace messaggio di rifiuto nei confronti di una realtà (questa volta lavorativa) che troppe volte si dà per scontata. Con “Underwork”, andato in scena giovedì al Cuminetti per la stagione Trento Oltre, i Babilonia Teatri ci riescono, confermando la validità di un linguaggio teatrale che riesce a leggere dentro le contraddizioni sociali, e a farle riemergere sul palco in una forma diretta, chiara, immediata.  La ricetta è ormai nota: toni caustici, “frenesia” delle scene, bombardamenti di parole e indigestione di frasi che si ripetono meccanicamente, secondo schemi a incastro. Non c’è trama, né sviluppo narrativo vero e proprio: l’ora e poco più di spettacolo dei “Babilonia” è una specie di modernissima (e arrabbiatissima) orazione, che la compagnia “sputa” addosso al pubblico da un pulpito/palcoscenico dentro al quale si ritrova quasi per caso, incredula.  Se proprio dobbiamo parlare, quindi, parliamo. Ma diciamola tutta! Fino in fondo! Dicono le facce rigide dei tre attori raccolti in adunata davanti al pubblico. E allora si inizia. Con un lancio di galline, per l’esattezza! Come ad aprire la prima pagina di un libro sull’Italia contadina che dall’oggi al domani si ritrova immersa in una rete intrigatissima di super-mega-iper-galattica comunicazione, che a livello scenografico è efficacemente rappresentata da metri e metri di sistole gialle e verdi (altra divertente simbologia della provincia italiana), nelle quali rimangono intrappolati gli affannati giovani lavoratori italiani. O meglio: quasi lavoratori. Visto che l’occupazione principale di questo esercito di “imprenditori di se stessi” (la pronuncia corretta è “precari”) è la continua ricerca di un lavoro: che di per sé è già un lavoro, appunto. In un certo, paradossale, senso è vero, quindi, che non esiste la disoccupazione, come il più alienato ottimismo sembra sostenere chiamando in causa soltanto la poca voglia di lavorare. “Lavoro ce n’è, lo dice la legge, lo dice chiaro la legge 30, la legge Biagi. Precari non ce n’è, atipici nemmeno. La Repubblica tutela i lavoratori in tutte le sue forme ed applicazioni”, dicono i tre giovani in coro mentre alle loro spalle riappaiono le galline intente a beccare il mangime sparso sul palco. Perfetta metafora di un paese alienato, dove si fanno leggi nuove per società vecchie. Dove quelli che assomigliano sempre più a nuovi schiavi brindano senza saperlo alla cancellazione dei propri diritti, appigliandosi alla prima, banale, distrazione per non incominciare a riflettere e a non guardarsi, anche una sola volta, allo specchio.

Sul palco del Cuminetti i veronesi Babilonia Teatri hanno confermato la qualità per cui hanno vinto il Premio Scenario e conquistato l’attenzione nazionale. In scena con Ilaria Dalle Donne, Enrico Castellani e Valeria Raimondi hanno fotografato la situazione incerta e subdola del precariato con intelligenza caustica e scevra di moralismi. Spettacolo per tre attori tre vasche da bagno e tre galline, Underwork propone un ready made teatrale giocato sull’accumulo e la permutazione di materiali eterogenei -luoghi comuni, immagini, parole e musiche pescate dalla strada al palazzo- in conbinazioni eccentriche e sconcertanti che sottendono una rara capacità linguistica di gioco e di invenzione. Un enorme lavoro di scrittura sostiene un teatro che mette a fuoco le contaddizioni del Bel Paese senza pretendere di giudicarlo e senza offrire soluzioni.Al centro si colloca un “tempo di mezzo in cui i giovani, se da una parte sono a mollo e annaspano, dall’altra sono a mollo e fanno l’idromassaggio”. Da un lato quindi la musica di Money, le miscele cocktail e gli schizzi di champagne, dall’altro l’impotenza di una generazione “sotto” che si confronta con la selva dei master, la minaccia cinese e il degrado di quel diritto al lavoro che l’assemblea costituente volle tra i principi fondamentali della convivenza civile. Fino al cinismo impietoso di un “si può dare di più” o di un Babbo Natale che si attrezza per esaudire improbabili desideri sulle note dell’inno azzurro “Menomale che Silvio c’è”. La caratteristica tecnica di montaggio recepisce slogan e luoghi comuni portandoli alle estreme conseguenze di paradosso, con umorismo surreale. La soluzione formale è costruita attorno alla perfetta simultaneità dei tre protagonisti che declamano in sincrono, giocando sul ritmo piuttosto che sulla recitazione. Per raccontare l’oggi, Babilonia Teatri si appropria di tecniche divulgate dal nuovo cabaret televisivo, con effetti pirandelliani che mettono alla berlina la più istintiva delle convenzioni sociali, la parola e con questa le convenzioni stesse. Le immagini, altrettanto precise, incontrano e scontrano il testo aprendo nuove prospettive sulle ansie e l’edonismo dell’età dell’incoscienza.

Un esempio incisivo, concreto di teatro contemporaneo, forgiato della grezza materia di questo nostro presente cialtrone e sciagurato, dettato dall’urgenza del dire, plasmato su un’idea stilistica precisa, coerente, perseguita sino in fondo con convinzione.
E’ questa la più vistosa, preziosa caratteristica di Underwork, spettacolo precario per tre attori, tre vasche, tre galline” presentato da Babilonia Teatri all’interno della stagione del CineTeatro Baretti. Lo hanno ideato e scritto Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, interpreti in scena accanto a Ilaria Dalle Donne e al tecnico Simone Brussa, che opera a vista intervenendo a tratti, in voce e di persona, nella rappresentazione. Come era già avvenuto per “Made in Italy”, spettacolo che nel 2007 ha valso alla Compagnia il Premio Scenario, è il nord est italico il centro da cui prende le mosse questo nuovo lavoro.
Al ritratto ironico e spietato di una terra “fabbrica di pregiudizi, volgarità e ipocrisia”, si aggiunge ora l’istantanea di un’intera generazione di giovani cui è stato sottratto il diritto al lavoro mentre brindava al mito del consumismo o annaspava confusa e impotente.
Raccontano ciò che conoscono a fondo i giovani attori veronesi di Babilonia Teatri: lo spaesamento e l’incertezza del precariato giovanile da un lato, e dall’altro l’incoscienza baldanzosa e ottusa di novelli liberi professionisti sempre più miopi. Eppure non c’è una sola frase, in tutto lo spettacolo che suoni come commento, giudizio, giustificazione o condanna.
Il gioco è più sottile ed efficace: lo spettatore viene investito da raffiche di parole, brevi enunciati scanditi all’unisono che riproducono slogan, luoghi comuni, imprecazioni, dati, canzoni. Un assemblaggio apparentemente privo di sviluppo narrativo che disegna con precisione il quadro desolante nel quale viviamo, il paradosso di una società che annienta la propria speranza di futuro, la blaterante afasia di giovani ormai privi di parole autentiche per raccontarsi, ribellarsi, sognare.

Reduci dal successo di Made in Italy, vincitore del Premio Scenario 2007 e ospite di un gran numero di festival e rassegne, Babilonia Teatri è tornato nel bolognese, prima ai Teatri di Vita poi a Castelmaggiore. Siamo di nuovo di fronte a quel Nord Est volgare e padrone, materia da cui il duo veronese modella non tanto delle verità, quanto la realtà onesta ed autoironica con cui conviviamo tutti i giorni. Se Made in Italy è nato però nei bar, nelle pizzerie e per le strade del veronese, Underwork prende le mosse dalla condizione permanente del giovane in cerca di lavoro, che si riscontra sia al nord, sia al centro che nel profondo sud. La scena è semivuota con una consolle per la regolazione delle musiche (diretta da Simone Brussa), seggiole da sala d’attesa, una luce al neon, e tre attori: lui (Enrico Castellani), lei (Valeria Raimondi) e l’altra (Ilaria Dalle Donne) seduti e schiacciati sul fondo. Tre volatili da cortile vengono lasciati girovagare sul palco creando una perfetta associazione con i tre attori. È da questo piccolo crocchio pittoresco che si scatena il nuovo spettacolo, in cui giovani laureati starnazzano intontiti in un’Italia sorniona, alla disperata ricerca di un’attività remunerata come galline in cerca di un chicco di grano. La ricetta è la stessa di Made in Italy, che in questo spettacolo si autodefinisce e diviene nuova formula teatrale. Ad essere declinata in tutte le salse è la parola lavoro, sepolta dall’onda anomala di litanie che non creano trame ma una specie di modernissima orazione fatta di parole che suonano, mischiate a credenze popolari, tormentoni televisivi, jingle sanremesi e slogan pubblicitari. Si crea così un linguaggio-puzzle pungente, autolesionista e satirico, che riflette una decadenza ben più radicata e longeva rispetto all’attuale crisi economica. Le parole molleggiano in bocca agli attori e arrivano pacate, atone ma ritmate, neutralizzando ogni forma di conflitto senza affermare una verità, lasciando scorrere il senso tra musichette e giaculatorie di comprovata efficacia, ma, nella ripetitività, illustrando l’infinita frammentazione dei lavori in Italia e la crisi d’identità che ha generato. La scena si inonda di una sconcertante desolazione: quella dei giovani, vittime dell’obsoleta teoria secondo cui sono loro a dover cambiare il mondo, e quella della ricerca di un lavoro che resta la sola occupazione possibile del millennio. Così, sulle note di Cabaret, le nuove leve occupano il tempo a mollo in vasche da bagno, brucando foglie d’alloro e brindando al futuro, tra miscele per fare i cocktail e l’impotenza di una generazione “sotto” che si confronta con la selva dei master, con la minaccia cinese e con la terribile compilazione del curriculum in cui, se manca quel «cazzo di codice fiscale», manca tutto. E suona quasi come un presagio che siano proprio tre rappresentanti di quel “nord est che produce” a diventare metafora della disoccupazione giovanile. Strozzati da una matassa di tubi di gomma, i tre rampolli si riducono a sperare in un Babbo Natale che, sulle note dell’inno forza italiota delle scorse elezioni, regala loro un costume, una cuffia e degli occhialini da piscina da cui ancora si può guardare il mondo a colori. La realtà ci appare allora non come è ma come potrebbe essere se la si affresca di sogni di libertà, di insano ottimismo e futili speranze, come qualcuno vuole ancora farci credere.

Il lavoro al giorno d’oggi, un sottolavoro che spesso travalica la soglia della dignità, in cui non c’è più un padrone/nemico da combattere ma la continua ricerca di una sistemazione, in cui si cerca di esorcizzare allo stesso tempo la stanchezza dell’inattività e la continua ansia della precarietà.

Questa è la fotografia disincantata e priva di pregiudizi che Babilonia Teatri dedica alo tema del lavoro precario con Underwork, spettacolo rappresentato l’altra sera all’Astra di Vicenza nell’ambito della rassegna Gusti Astrali.

Lo stile personalissimo della compagnia veronese, vincitrice di prestigiosi premi nazionali con il precedente e discusso made in italy, si conferma di grande forza ed efficacia anche nella messa a nudo delle contraddizioni vissute oggi nel mondo del lavoro

Lo spettacolo è una sintesi di immagini provocatorie che, assieme ad una scrittura e a un recitato che fanno a pezzi il linguaggio, svestono e mettono a nudo le contraddizioni della contemporaneità in cui appare tutto come un magma privo di senso.

Si entra in sala e gli attori sono già in attesa, a scena aperta, seduti in una scarna sala d’aspetto con sguardo annoiato e privo di speranza, a scatenare una sorta di duello tra ciò che accade in palcoscenico e ciò che accade in sala, senza soluzione di continuità tra finzione e realtà.

Le luci si spengono, la luce rimane fissa. Da un baule vengono fatte uscire tre galline, che si aggirano in scena con lo stesso sguardo spaesato e disincantato degli interpreti.

La sensazione è di smarrimento e di impotenza. E via a recitare come le litanie di un rosario tutte le possibili declinazioni della parola lavoro, con un linguaggio che innesta al suo interno credenze popolari, luoghi comuni, tormentoni televisivi, ritornelli sanremesi e stucchevoli melodie da spot pubblicitario.

Sulla sigla della storica trasmissione Colpo Grosso entrano in scena tre vasche da bagno, vere protagoniste della rappresentazione, in una metafora dell’indolenza e dell’impotenza.

Nelle vasche si brinda con dello spumante, si balla sulla musica di Money Money Money con le stesse mosse di Liza Minelly in un’amara parodia del film Cabaret, ci si nomina brillanti laureati con delle corone d’alloro di cui si mangiano però le foglie, si improvvisa un noto spot di qualche anno fa di una famosissima bibita con un lungo idrante che avvolge ed imprigiona a poco a poco i tre performers.

Il tutto intercalato da un scarno recitato a declinare e svestire altri luoghi comuni in accostamenti verbali che non lasciano scampo a nessuno. Nella stessa litania verbale si sciorinano, con una sequela di nonsense sul tema del lavoro, la Genesi, Il Capitale di Marx, la Cina e i cinesi assieme alle ricette dei più noti cocktail, fino a paradossali curriculum vitae con lauree, master e titoli inutili.

Al termine della rappresentazione un Babbo Natale regala ai tre interpreti un costume da bagno con maschera e boccaglio, unici strumenti di sopravvivenza indispensabili per non affondare nel mare del paradosso, dell’incertezza e della precarietà.

Bella prova interpretativa di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, autori dello spettacolo, ed Ilaria Dalle Donne, acclamatissimi dal folto pubblico in sala, che conferma Babilonia Teatri come una delle compagnie più interessanti del panorama contemporaneo nazionale.

Per un pubblico per lo più composto da operatori teatrali, la compagnia Babilonia Teatri è arrivata a Torino parlando di precariato e Legge Biagi.

Nel periodo dei cinepanettoni, dove tutti hanno bisogno di svuotare la mente dall’assillante tormentone dei media sulla crisi economica, questa giovane compagnia ha deciso di andare controcorrente e cercare tra una battuta e un inno politico di far emergere una riflessione.

La prima cosa che verrebbe da dire è: ma chi ve lo ha fatto fare? Ma la risposta immediata sarebbe: meno male che qualcuno con ancora un pò di coscienza c’è.

In un gioco di assurde e surreali connessioni ecco alternarsi sul palco galline, vasche da bagno, costumi da piscina, babbi natale associati a “cori” che parlano di lavoro, proposte di legge e all’inno dell’ultima campagna politica di Forza Italia.

Nel parossismo, quasi brecketiano, dove tutto è a vista e tutto è in scena (dal mixer agli attori stessi che cambiano la scenografia) questa compagnia, vincitrice nel 2007 del Premio Scenario, fa del teatro un azzeccato miscuglio di elementi contrastanti.

Una truppa di precari, come marines, marcia al motto “chi non salta disoccupato è”. Perchè lavoro ce n’è, chi non trova lavoro è perchè non lo cerca. Nel miscuglio di dialetti, vengono fuori le frasi stereotipate delle passate generazioni “Tagite i cavei , va a lavurè tarun…”

La definizione di lavoratore allora, dicono gli attori, dovrebbe cambiare: “Lavoratore è chi ha lavoro o chi cerca lavoro. Perchè cercare un lavoro è un lavoro. Il precariato non esiste, perchè già solo la ricerca implica il lavoro”.

Sulle note di Money di Lisa Minnelli, le monete si trasformano nel mangime buttato ai polli, i curricula sono dissacrati e ironizzati facendo diventare ogni master e corso di specializzazione un punto in più per una gara a premi.

Ma ecco anche comparire la contraddizione verso la Cina e i cinesi: tutto è cinese, i cinesi ci rubano il lavoro, i cinesi fanno si che il valore del lavoro si abbassi e ci sia poco lavoro per le produzioni interne, ma d’altro canto noi mangiamo cinese e ci piace, gli elettrodomestici che usiamo sono cinesi, l’abbigliamento che compriamo è cinese anche perchè costa poco e i soldi mancano. Allora che fare? Si va al Call Center immagine quasi simbolo della generazione dei trentenni, che tutti almeno una volta hanno risposto qualcosa di simile a “Buongiorno sono Valentina come posso esserle utile?”.

Attorcigliati in gomme da giardino, al posto dei fili del telefono, i tre attori in scena scrivono anche loro, come bambini, la lettera a Babbo Natale, chiedendo una targa con scritto “Ha fatto tutto Biagio Marco”.

Ebbene Underwork non poteva che concludersi con “Meno male che Silvio c’è”.

Babilonia Teatri risulta così essere una compagnia che riesce a dare soddisfazioni, accessibile a diversi pubblici, senza necessariamente avere una grande conoscenza del teatro del ‘900.

I riferimenti ai grandi del passato sono molti, ma come si dice nessuno crea nulla dal niente e la compagnia riesce ad acquisire una propria originalità.

Sicuramente uno spettacolo da consigliare, in particolare a chi vuole vedere qualcosa di leggero, ma nel contempo ridere di se stesso e della propria condizione di trentenne un pò precario.

Underwork. Sul palco dell’Astra tre figure sedute, sguardo fisso, annoiato, sembrano quelle persone che si incontrano ai colloqui di lavoro, che aspettano, aspettano, aspettano. E poi tre galline. Proprio così, tre galline vere, sul palco, che appaiono un po’ spaesate, intimorite, ma forse neanche poi  così tanto…

Riflettono bene il senso recondito di Underwork, piéce messa in atto dai Babilonia Teatri, una sorta di sospensione alterata di un tempo di mezzo in cui i giovani, in particolare quelli del nord-est, se stanno a mollo in vasche annaspando tragicamente nel vortice dell’incertezza, ma allo stesso tempo fanno anche l’idromassaggio, stappano bottiglie di champagne, si scolano cocktail di tutti i tipi e puntano a “stare a galla”.

Il precariato certo è una piaga sociale tanto proclamata, quanto sentita e rimbalzata dai media in faccia ai trentenni di oggi, ma a pensarci bene non è poi così un dramma, potrebbe esserci di peggio.

Il ritmo usato per sottolineare la ridondanza del tema è ben veicolata da soliloqui portati avanti a tre voci in cui vengono sciorinate parole a fiumi, sottolineati luoghi comuni, delineati stereotipi, riportate alla mente figure del passato, programmi, canzoni, prodotti degli anni ‘80, gli anni in cui è stata svezzata la generazione dei precari di oggi. Colpa della Coca Cola? Colpa di colpo grosso? Colpa della società del consumo a tutti i costi? Chissà.

Underwork non giudica, non trae conclusioni, non propone soluzioni, ma racconta, in modo divertito e disincantato, un punto di vista tra i mille possibili. E in fondo cosa c’è da spiegare quando nulla ha più alcun senso? 27 gennaio 2009

Reduci dal successo di Made in Italy, vincitore del Premio Scenario 2007 e ospite di un gran numero di festival e rassegne, Babilonia Teatri è tornato nel bolognese, prima ai Teatri di Vita poi a Castelmaggiore. Siamo di nuovo di fronte a quel Nord Est volgare e padrone, materia da cui il duo veronese modella non tanto delle verità, quanto la realtà onesta ed autoironica con cui conviviamo tutti i giorni. Se Made in Italy è nato però nei bar, nelle pizzerie e per le strade del veronese, Underwork prende le mosse dalla condizione permanente del giovane in cerca di lavoro, che si riscontra sia al nord, sia al centro che nel profondo sud. La scena è semivuota con una consolle per la regolazione delle musiche (diretta da Simone Brussa), seggiole da sala d’attesa, una luce al neon, e tre attori: lui (Enrico Castellani), lei (Valeria Raimondi) e l’altra (Ilaria Dalle Donne) seduti e schiacciati sul fondo. Tre volatili da cortile vengono lasciati girovagare sul palco creando una perfetta associazione con i tre attori. È da questo piccolo crocchio pittoresco che si scatena il nuovo spettacolo, in cui giovani laureati starnazzano intontiti in un’Italia sorniona, alla disperata ricerca di un’attività remunerata come galline in cerca di un chicco di grano. La ricetta è la stessa di Made in Italy, che in questo spettacolo si autodefinisce e diviene nuova formula teatrale. Ad essere declinata in tutte le salse è la parola lavoro, sepolta dall’onda anomala di litanie che non creano trame ma una specie di modernissima orazione fatta di parole che suonano, mischiate a credenze popolari, tormentoni televisivi, jingle sanremesi e slogan pubblicitari. Si crea così un linguaggio-puzzle pungente, autolesionista e satirico, che riflette una decadenza ben più radicata e longeva rispetto all’attuale crisi economica. Le parole molleggiano in bocca agli attori e arrivano pacate, atone ma ritmate, neutralizzando ogni forma di conflitto senza affermare una verità, lasciando scorrere il senso tra musichette e giaculatorie di comprovata efficacia, ma, nella ripetitività, illustrando l’infinita frammentazione dei lavori in Italia e la crisi d’identità che ha generato. La scena si inonda di una sconcertante desolazione: quella dei giovani, vittime dell’obsoleta teoria secondo cui sono loro a dover cambiare il mondo, e quella della ricerca di un lavoro che resta la sola occupazione possibile del millennio. Così, sulle note di Cabaret, le nuove leve occupano il tempo a mollo in vasche da bagno, brucando foglie d’alloro e brindando al futuro, tra miscele per fare i cocktail e l’impotenza di una generazione “sotto” che si confronta con la selva dei master, con la minaccia cinese e con la terribile compilazione del curriculum in cui, se manca quel «cazzo di codice fiscale», manca tutto. E suona quasi come un presagio che siano proprio tre rappresentanti di quel “nord est che produce” a diventare metafora della disoccupazione giovanile. Strozzati da una matassa di tubi di gomma, i tre rampolli si riducono a sperare in un Babbo Natale che, sulle note dell’inno forza italiota delle scorse elezioni, regala loro un costume, una cuffia e degli occhialini da piscina da cui ancora si può guardare il mondo a colori. La realtà ci appare allora non come è ma come potrebbe essere se la si affresca di sogni di libertà, di insano ottimismo e futili speranze, come qualcuno vuole ancora farci credere.

Il linguaggio diretto e secco esprime fin troppo chiaramente i disagi di una generazione precaria, una generazione ‘in cerca di’, una generazione ‘sotto’. Lo stile drammaturgico impone un ritmo serrato, un bombardamento di immagini e situazioni, che ricorda vagamente le lunghe sequenze di Milano is burning. Una nuova drammaturgia che ritrae la società, ma non è un acquarello o un bel ritratto ad olio, è piuttosto un graffito, un insieme di schizzi talmente veloci e rapidi da ritrarre solo una piccola parte, un quadro cubista fatto di polaroid che tutt’insieme formano il soggetto fotografato. Non ci si dimentica infatti dei diversi punti di vista dai quali questi tre giovani guardano l’Italia. Metafore e ossimori sono le forme espressive più efficaci: la vasca in cui sguazzi nello champagne è la stessa nella quale ti anneghi; la corona d’alloro per la quale hai tanto faticato, è la stessa che mangi ruminando quando non sai come sfamarti; i cocktail e drink che ti ostini a ingoiare, sono gli stessi che servi  dietro il bancone del bar.

Un’operazione di negazione per affermazione è quanto propongono Enrico Castellani, Valeria Raimondi e Ilaria Dalle Donne; ed è lo stesso senso espresso nella legge Biagi: “Ce n’è/ lavoro ce n’è/ se esci di casa e cerchi lavoro/lavori. Non più chi cerca-trova/ma chi cerca-ha”. Non si parla di disoccupazione, non si parla di non-lavoro, si parla di giovani imprenditori che brindano, si parla di soldi, di cieca determinazione. Si torna spesso su un’affermazione, una definizione: “Bisognerebbe rivedere il termine sul vocabolario: ‘Lavoratore’ è qualsiasi persona che lavora o che è in cerca di un lavoro”. Implicita in quest’affermazione, c’è la negazione totale dell’esistenza di una categoria, o meglio di una generazione al completo. E questa assenza si afferma con la presenza muta sul palco di un attore nei panni di Marco Biagi, allungato in poltrona, per tutta la durata dello spettacolo, immobile ad osservare i frutti del suo lavoro.

Questo non è uno spettacolo di denuncia, non cerca e non propone soluzioni. È uno schiaffo alla realtà. La risposta non è nella formulazione della domanda, ma sta proprio nell’impatto della mano, in quel segno rosso che resta sul volto e non se ne va.

Tre galline nostrane. Tre co.co.co. Senz’altro uniche nella fama raggiunta su tanti palcoscenici italiani. Sono la trovata naive più divertente di Underwork, spettacolo dei veronesi Babilonia Teatri che, reduci dal successo di Made in Italy, premio Scenario 2007, tornano a Torino con un nuovo spettacolo.

La metodologia di denuncia è quella a cui ci hanno abituati con Made in Italy. Una cifra stilistica che rimane invariata e si costruisce raccogliendo frasi sentite per strada, canzoni, luoghi comuni, slogan ed intercalari: tutto ripetuto con un voluto straniamento, così da farsi portavoci passivi del già detto. Unica differenza: l’abbandono dell’incisivo dialetto veneto a favore, stavolta, della lingua italiana.

Underwork, racconta il foglio di sala, “è una fotografia mossa di un tempo di mezzo in cui giovani, se da una parte sono a mollo e annaspano, dall’altra sono a mollo e fanno l’idromassaggio, bevono cocktail, galleggiano”. Babilonia punta il dito proprio contro di loro che, simbolo della precarietà lavorativa e dell’incertezza esistenziale, anziché vivere con preoccupazione un’epoca allo sfascio preferiscono cullarsi tra aperitivi e lauree nel cassetto, da trangugiare con affamata gioia.

E così tre ragazzi, rappresentati sul palco da Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Ilaria Dalle Donne, alternano stati di noia all’euforia dei ‘must’ riconosciuti (dal fantacalcio all’happy hour), senza rendersi conto di costruire, loro stessi, il proprio percorso di declino: un lento scivolare in una vasca da bagno in cui trastullarsi o annegare.

Co.Co.Co, Co.Co.Pro, Co.Co.Co: questa la filastrocca del terzo millennio. E da qui in poi è un uragano di parole che sommerge lo spettatore, catapultandolo nell’universo ironico e disincantato dei Babilonia Teatri. Caustici e implacabili, gli artisti veneti sconvolgono l’italietta dei luoghi comuni, delle noiose e inutili prediche sul lavoro, ché “di lavoro c’è n’è” e quindi “va’ lavurar barbùn”.

Il loro Underwork apre la rassegna “Parole in emergenza” a Teatri di Vita,  Bologna.

Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, fondatori del gruppo rivelazione della scorsa stagione teatrale e vincitore del Premio dello Spettatore 2008 a Teatri di Vita, ci raccontano il precariato e il sotto-lavoro demolendo luoghi comuni e automatismi linguistici, in un feroce cortocircuito della parola. Underwork dipinge un’Italia qualunquista e un po’ disperata, in cui le nuove generazioni, sedute sulle macerie del boom economico, tentato di rimanere a galla, barcamenandosi tra un lavoro precario e l’altro, ma in fondo senza una prospettiva collettiva e realmente critica.

Ancora una volta Valeria Raimondi e Enrico Castellani (in scena con Ilaria Dalle Donne e con il “servo di scena” Simone Brussa) ci fanno calare nel magma melmoso della società italiana odierna, intrisa nel profondo di cinico egoismo e greve razzismo. Questa volta lo spettacolo, dal titolo Underwork, ha un argomento esplicito: il lavoro precario, emblema della condizione giovanile del duemila, e quindi emblema del futuro che questa Italia sta costruendo: è un tempo di mezzo / siamo a mollo / annaspiamo / siamo a mollo / facciamo l’idromassaggio / siamo a mollo / starnutiamo / siamo a mollo / beviamo cocktail / siamo a mollo / come al mare / come nella pancia della mamma / come chi non sa nuotare.

Ma Babilonia Teatri non si è imposta all’attenzione della critica e del pubblico solo per i temi forti trattati, per l’impostazione politica/poetica del loro lavoro, per il taglio provocatorio che rivela il rabbioso ribollire di un Veneto tutt’altro che oleografico. Il vento teatrale del Nord-Est che spazza via la nostra tranquillità è la recitazione originale che Raimondi e Castellani hanno messo a punto, a metà fra un rap oratoriale e un infetto coro tragico.

Davanti ai nostri orecchi vengono sgranate come in un rosario laico e grottesco (che fa molto pensare e molto sorridere, sia pure amaramente) le parole chiave della nostra quotidianità, che si trasformano in boomerang, rivelando i meccanismi dell’alienazione.

Per chi conosce già Babilonia Teatri, una splendida conferma del loro lavoro. Per chi non li conosce ancora, un’occasione per scoprire un teatro diverso.