CALCINCULO

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DEBUTTO 30 AGOSTO 2018 BASSANO DEL GRAPPA OPERAESTATE FESTIVAL VENETO

 

 

Di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
e con  Luca Scotton
musiche Lorenzo Scuda
fonico Luca Scapellato
direzione di scena Luca Scotton
produzione Babilonia Teatri, La Piccionaia
coproduzione Operaestate Festival Veneto
scene Babilonia Teatri
produzione 2018
si ringraziano il Coro Ana Valli Grandi e
Cuore Husky rescue

Calcinculo è uno spettacolo dove le parole prendono la forma della musica. Dove la musica prende la forma delle parole.

Uno spettacolo in cui musica e teatro si contaminano e dialogano in modo incessante e vertiginoso.

Viviamo un tempo ossessivo che le parole e le immagini non riescono più a racconatre da sole, la musica arriva in soccorso come una medicina e o una miccia esplosiva.

Cantami o diva dell’ira di oggi.

Cantiamo sulle macerie.

Mangiamo fast, lavoriamo fast, viviamo fast, ma sognamo un’isola felice che sia slow.

Mettiamo il pannolone per non dover interrompere partite planetarie contro avversari lontani mille miglia da noi che un satellite elegge a nostri amici ed avversari.

Accudiamo bambole iperrealiste che non piangono e di notte non si svegliano, ma che hanno le fattezze di bambini veri.

Abbiamo smesso di andare a votare, ma chiediamo che i diritti e i doveri dei nostri cani, gatti, canarini e tartarughe e criceti e conigli e porcellini d’india e pesci rossi siano sanciti dalla legge e che il tribunale si occupi della loro dignità e del rispetto nei loro confronti.

Abbiamo deciso che è arcaico esprimere un’opinione all’interno di una collettività negli ambiti che ci competono, ma commentiamo qualunque notizia schermati da uno schermo.

Calcinculo è uno spettacolo che vuole fotografare il nostro oggi.

Le sue perversioni e le sue fughe da se stesso.

La sua inacapacità di immaginare un futuro, di sognarlo, di tendere verso un’ideale, di credere.

Con questo spettacolo intendiamo raccontare il mondo che ci circonda con il nostro sguardo tagliente, dolente ed ironico.

Calcinculo incarna ed esprime la nostra visione divergente del panorama mondo a partire dal nostro micromondo per arrivare ad essere specchio di scenari che ci appaiono continuamente vicinissimi e lontanissimi assieme.

Le contraddizioni che osserviamo sono prima di tutto le nostre.

Attorno a noi tutto sembra così veloce da non riuscire a trattenere niente.

Sembriamo dinosauri sopravvissuti alle glaciazioni.

Realtà e finzione si sovrappongono: spesso non è chiaro dove finisca la vita reale e dove inizi la sua rappresentazione e viceversa.

CALCINCULO is the new Babilonia Teatri’s production, where music and theatre contaminate each other and have a dialogue in a continuous and breathtaking way. We eat fast, we work fast, we live fast, but we dream about a “happy island”, where time flows slowly. CALCINCULO is a sharp, painful and ironic depiction of our time: its perversions and escapes, our incapacity to imagine a possible future, to dream about it, to believe in it.

 

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La Repubblica, 3/6/2018 Rodolfo di Giammarco

A un ciclone di musica, di canzoni, di bombole, di altalene, di paure, di algoritmi, di liturgie indecenti e di claim virali s’intona l’ultimo manifesto di Babilonia Teatri, Calcinculo di Enrico Castellani e Valeria Raimondi, un teorema che racconta orrende intolleranze e spacci di visioni in un viaggio a ritroso anche proprio nella memoria di questo sodalizio, in attesa di nuove offese.

WEB

Calcinculo all’ipocrisia e al tradimento nell’eco di Gaber Controscena.net, Enrico Fiore

Calcinculo all’ipocrisia e al tradimento nell’eco di Gaber

Controscena.net, Enrico Fiore

http://www.controscena.net/enricofiore2/?p=4251

Proprio vero. Ciò che distingue Babilonia Teatri, e ne fa una delle punte d’eccellenza della più avanzata ricerca teatrale italiana, è lo straordinario mélange di provocazione concettuale, violenza espressiva e freddezza scientifica con cui il gruppo veronese aggredisce il coacervo inestricabile delle idiozie, delle menzogne, delle vigliaccherie, dei paradossi e delle iperboli che costituiscono il nostro tempo. E ne offre l’ennesima dimostrazione «Calcinculo», lo spettacolo che Enrico Castellani e Valeria Raimondi hanno presentato in anteprima nazionale nell’ambito della XIX edizione del festival «Primavera dei Teatri».
Si tratta, per quanto riguarda la forma, di uno spettacolo atipico rispetto al percorso precedente di Babilonia Teatri: poiché ha l’aspetto di un musical, che alterna al testo di Castellani ben sei canzoni. Ma, s’intende, la sostanza è sempre la stessa. E tanto per fornire subito un esempio del mélange di cui sopra, ecco che cosa segue all’annuncio «Ho deciso di smettere di fare teatro».
Castellani, dopo aver constatato che si è «creato un nuovo umanesimo», «un’idea di fratellanza e di condivisione» basata sul principio: «io non condivido la tua idea ma sono pronto a toglierti la vita per convincerti della mia», snocciola questa professione di fede, il mantra dell’orrore che s’è fatto quotidianità: «Credo che i terroristi islamici siano dei grandi uomini di spettacolo. Non credo in nessun modo al loro successo politico né culturale, ma credo che siano dei grandi registi, dei grandi attori, dei grandi organizzatori di eventi, dei grandi uffici stampa. Sono indubbiamente i migliori. Non capisco perché i cartelloni delle stagioni teatrali e dei festival non siano integralmente dedicati a loro, perché tutti i progetti territoriali non siano affidati a loro, perché non siano affidati a loro il lavoro nelle scuole e con l’università e i progetti speciali».
Avete capito a che cosa mirava l’annuncio «Ho deciso di smettere di fare teatro», contro che cosa era diretto? Se non l’avete ancora capito, provvede ad aiutarvi il passo successivo: «Io non vedo l’ora che mi venga affidata la direzione di un teatro, perché so già come farlo funzionare, come farlo deflagrare, come farlo esplodere. Si dice che nessuno più va a teatro, si dice che nessuno più parla di teatro. Ma del mio si parlerà. Il mio ufficio stampa lo darò in mano all’Isis, tutti i miei collaboratori saranno membri dell’Isis. Il mio teatro sarà una cellula dell’Isis, io sarò uno di loro».
Si potrebbe immaginare una più corrosiva (e tanto più efficace perché, come si vede, divertentissima) polemica contro l’astenia del teatro cosiddetto «ufficiale», quello definito da un aggettivo, stabile, che troppo spesso significa immobile?
Ma, naturalmente, la denuncia del sempre più evidente e generalizzato tradimento della poetica e delle motivazioni profonde del teatro non rimane chiusa in sé, diventa – e qui si determina il valore dello spettacolo di cui parliamo – l’innesco per quella che concerne ben altri e decisivi tradimenti.
La canzone intitolata «Comunista» a un certo punto dice: «Che Guevara appeso al muro col nastro adesivo / in camera mia ero un sovversivo / un rivoluzionario / io ero il vertice della protesta / rivoluzione nella mia testa». E poi: «Ma quando lo scotch è ingiallito / anche il mio credo è appassito / la gravità ha vinto la colla / ho detto addio alla mia bolla / il mio è un rosso relativo / è un Campari nell’aperitivo / un Negroni a colazione / il disincanto è la mia costellazione».
Non si poteva rendere meglio (voglio dire con più rabbia e, insieme, più dolente partecipazione) il dramma del ridursi dell’ideologia prima a una pura illusione privata e quindi a una semplice faccenda di colori inscritta, allusivamente, nel consumismo alcoolico. Torna in mente il finale di «Qualcuno era comunista» di Gaber: con l’immagine del «gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito».
Bisogna ritrovare l’innocenza, un’innocenza antica: sembra essere questo, alla fin fine, l’appello politico (ma è pure un messaggio fraterno) che trasmette lo spettacolo di Babilonia Teatri. Stanno, quell’appello e quel messaggio, nel rammarico manifestato da «Unità di misura», l’ultima canzone: «Non ho più mani per dire terra / non ho più bussole per dire dio / non più occhi per dire bello / non più un corpo per dire io».
Tutto questo, poi, si esprime in sede di messinscena con alcune invenzioni straordinariamente felici e pregnanti: la paura dell’«esterno» trova riscontro in un monologo che Castellani pronuncia circondato da estintori (l’ossessione della sicurezza) e sullo sfondo delle bandiere dell’antica Repubblica Veneta «cooptate» dalla Lega (la strumentalizzazione della storia); la metamorfosi animalesca degli umani acquista la forma di una sfilata di campioni delle varie razze canine; e, per concludere con gli esempi, la necessità di ritrovare una sana e genuina comunione d’intenti sfocia nella comparsa, al termine, di un coro di vecchi alpini.
Inutile, a questo punto, dire dell’efficacia con cui si muovono, in quanto interpreti, gli stessi Enrico Castellani e Valeria Raimondi, adeguatamente affiancati, a tratti, dal monumentale direttore di scena Luca Scotton nelle vesti di attore e persino ballerino. Piuttosto, è il caso di sottolineare il coraggio che Babilonia Teatri manifesta ancora una volta proponendo uno spettacolo del genere in perfetta coincidenza con l’avvento del governo populista che ci ritroviamo.

Primavera dei Teatri cala i suoi tre assi: Dammacco, Babilonia, Latini Recensito.net, Tommaso Chimenti

Primavera dei Teatri cala i suoi tre assi: Dammacco, Babilonia, Latini

Recensito.net, Tommaso Chimenti

https://www.recensito.net/teatro/primavera-dei-teatri-castrovillari-resoconto.html

 

Coraggiosi, di rottura e iconoclasti sono, restano i Babilonia che tornano all’antica protesta frontale molto punk e soprattutto stavolta molto rock. Già dal titolo, quel “Calcinculo” che sa d’infanzia, di adolescenza, di gioventù e Luna Park, di altalena e lanciarsi in alto, in cielo per prendere quella catenella che scendeva dalle nuvole. Oppure i calci in culo, non più altalena a bocche aperte e trasognanti ma le repressioni, le costrizioni, le punizioni di questo mondo, di questa società (“Calcinculo al presente immobile e inevitabile”). Calcinculo è più che altro un concerto vero e proprio e i Babilonia ci dimostrano attraverso la forma leggera, vengono in mente i vari talent show, da Amici a X Factor fino a Italian’s Got Talent, di poter far passare contenuti densi e pregni, di lotta, di protesta, di ribellione. Ci sono le bandiere del Veneto con il Leone (loro che hanno vinto il Leone d’Argento alla Biennale!), ci sono gli estintori con i quali creare una difesa, un fortino all’allarme sociale, alle paure inscenate e alimentate da giornali e tv. E c’è agitazione e angoscia nelle loro parole pur se sciorinate da versi e strofe, c’è “La mia depressione che fa orario continuato, ha chiesto un part time e non gliel’hanno dato”. Tormentoni: “Devo fare il tagliando ai miei ideali, senza manutenzione non c’è rivoluzione” danno il termometro e la scala dei valori di queste montagne russe tra l’impostazione leggera e la profondità del pensiero che ne sta alla base. E non hanno paura del giudizio e sono sfrontati e aizzano il pubblico tirandogli addosso i cartoncini di plastica per un giro al calcinculo della vita, oppure lo lisciano con una passerella di cani campioni di bellezza da esposizione (“Il mio vicino ha voce solo per bestemmiare, solo per chiamare il cane”). Fanno entrare una ventina di alpini per il coro finale fino all’eccessiva esaltazione, meramente come manifestazione estetica di spettacolo planetario, delle regie di morte dell’Isis che sopravanzano qualsiasi finzione scenica di cinema, teatro o fantasia (per aver detto che “L’11 settembre è stata la più grande opera d’arte mai esistita” il famoso pianista tedesco Karlheinz Stockhausen è stato emarginato dalla comunità artistica e accademica ed è morto nel disonore), inneggiando alla distruzione della Scala o del Colosseo. Speriamo che Salvini non se ne accorga, altrimenti ci aspettano picchettaggi all’entrata dei teatri come quelli che colpirono (e provocarono una nuova enorme ondata di pubblicità mondiale) Romeo Castellucci in occasione del suo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”. Noi possiamo solo dire che vogliamo subito il cd delle canzoni con i testi di Enrico Castellani e la voce di Valeria Raimondi: farebbe le scarpe alle varie Michielin o Fedez.

QUELLO CHE È ANDATO IN SCENA ALLA PRIMAVERA DEI TEATRI DI CASTROVILLARI di Graziano Graziani pubblicato mercoledì, 13 giugno 2018

QUELLO CHE È ANDATO IN SCENA ALLA PRIMAVERA DEI TEATRI DI CASTROVILLARI

di Graziano Graziani pubblicato mercoledì, 13 giugno 2018

http://www.minimaetmoralia.it/wp/quello-andato-scena-alla-primavera-dei-teatri-castrovillari/

In «Calcinculo» di Babilonia Teatri i fantasmi sono quelli del nostro presente post-ideologico, con una schiera di bandiere venete in parata sullo sfondo della scena, appuntate su altrettanti estintori che evocano un incendio che non scoppia mai. Quale incendio? Quello delle nostre paure sempre più borghesi, sempre più legate alla lotta tra poveri e ricchi, al disprezzo dei secondi verso i primi (che sembra essere la matrice profonda del razzismo che serpeggia nel nostro paese e che trova un bacino fecondo nel profondo nord est, da dove proviene la compagnia di Enrico Castellani e Valeria Raimondi). Un uomo lascia un messaggio ai ladri per dirgli che la cassaforte è vuota; una ragazza che canta la sua canzone al microfono e poi in aria, sospesa su un seggiolino dei calcinculo; una sfilata di bellezza canina che sbeffeggia l’ossessione per l’estetica, unica possibile redenzione di una società oramai compiutamente a una sola dimensione. Babilonia Teatri in questo spettacolo ritrova la cifra più autentica e caratteristica del suo teatro, un lirismo fatto di paradossi, corrosivo perché come nei romanzi di Houellebecq non c’è un fuori possibile a questa deriva del mondo, ma non per questo completamente cinico: nella scrittura di Castellani-Raimondi c’è sempre e comunque uno sguardo compassionevole che, pur non essendo direttamente rivolto ai “mostri” che evocano in scena, lo è però verso la condizione umana. “Voglio la mia libertà”, cantano i caroselli sonori dello spettacolo, “voglio l’immortalità, la felicità”. Tra la tentazione del transumanesimo – che nel prossimo futuro potrebbe aumentare ulteriormente il divario tra “semi-dei” resi quasi immortali dalla tecnologia (i ricchissimi) e chi, umanissimo, non si potrà permettere simili orizzonti (quello che Morin chiamava il “mito della a-mortalità”) – e le possibili derive etiche e psicologiche di una simile estensione della vita in termini temporali e di possibilità (Yuval Noah Harari parla degli uomini del presente-futuro come divinità capricciose nel suo «Homo Deus»), c’è comunque qualcosa di umano che resta. Sia pure schiacciato dalle proprie paure e dalla propria impulsività sempre più infantile. Ed è in quella materia che pesca «Calcinculo» con il suo campionario pop, col suo linguaggio musicale da talent (che però un po’ scimmiotta anche l’indie) e in parte anche per questo centra il bersaglio: in fondo la scrittura dei Babilonia si è sempre collocata lì, nel crocevia semantico tra la canzone punk, il lirismo di certo rap e il profondo umanesimo del teatro.

Primavera dei Teatri 2018. A caccia di stile KLP, di Mario Bianchi

Primavera dei Teatri 2018. A caccia di stile 
KLP, di Mario Bianchi
http://www.klpteatro.it/castrovillari-primavera-dei-teatri-2018-debutti

La parola ‘stile’ viene solitamente declinata, nel vocabolario della lingua italiana, come “insieme delle caratteristiche formali proprie di un’opera artistica, di un autore, di una scuola, di un’epoca”.
E’ in questo modo che, accingendoci a parlare di Primavera dei Teatri, festival delle arti sceniche che si svolge a Castrovillari, in Calabria, ormai da 19 anni, abbiamo posto sotto osservazione tre nuovi spettacoli (ancora in fase di rodaggio) in cui appare comunque ben riconoscibile lo stile della compagnia, del gruppo, dell’autore: parliamo di “Calcinculo” di Babilonia Teatri, “Overload” di Teatro Sotterraneo e “Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?,” di Roberto Latini / Fortebraccio Teatro.
Tre stili dunque, tre marchi di fabbrica, che immediatamente rimandano ad altrettanti precisi modi di stare in scena e di relazionarsi con il pubblico.
In attesa del debutto di agosto, “Calcinculo”, in questa anteprima calabrese, vede di nuovo sul palco, insieme dopo una pausa, Enrico Castellani e Valeria Raimondi con l’inseparabile muta, energica e fattiva presenza di Luca Scotton. Ma è come se questa pausa non ci sia mai stata, perché ritroviamo in scena un modo di procedere espressivo che ben conosciamo. Anche se non del tutto…
Qui, infatti, la parola ripetuta che tratteggiava il disincanto per un mondo (im)perfetto, cifra inconfondibile della compagnia, viene plasmata soprattutto in canzoni, appositamente scritte sulle note di Lorenzo Scuda, formando uno spettacolo in cui musica e teatro si contaminano e dialogano in modo ininterrotto e vorticoso. Una musica rock violenta, cantata da Valeria, mentre le bandiere con il Leone di San Marco navigano con il vento in poppa.
Sono canzoni che esprimono un disagio senza possibilità di riscatto: le speranze di una volta sono definitivamente scomparse. “Devo fare il tagliando ai miei ideali, senza manutenzione non c’è rivoluzione”: il mondo che parrebbe farci felice è in via di estinzione e soprattutto non ci riconosciamo negli altri. “Calcinculo ai prati”, “non è la mia guerra, non è la mia terra, non è la mia lingua”… L’unica risoluzione, invocando l’Isis come panacea di tutti questi mali, è distruggere ogni cosa, anche perché ora “mi serve un metro per misurare la realtà, sono rimasto senza unità”.
Sono queste le parole che intonano le voci degli alpini del coro Ana Valli Grandi di San Pietro di Legnago e degli iscritti al Centro di aggregazione sociale anziani A. Varcasia di Castrovillari.
Sono loro a imprimere la cifra pop allo spettacolo, insieme alla sfilata dei cani del Gruppo cinofilo Rendese, contraltare dei nani e del funerale di Pavarotti di “Made in Italy”.
Slabbrato e frastagliato come il loro spettacolo cult, il “Calcinculo” di Babilonia non vomita più addosso al Veneto ma su un’umanità intera, rea di aver perso un senso consapevole del proprio stare nel mondo.

Babilonia Teatri. L’ultimo raggiro di giostra Teatroecritica By Simone Nebbia 21 giugno 2018

Babilonia Teatri. L’ultimo raggiro di giostra

Teatroecritica By Simone Nebbia

21 giugno 2018

http://www.teatroecritica.net/2018/06/babilonia-teatri-lultimo-raggiro-di-giostra/

Babilonia Teatri in anteprima nazionale con Calcinculo, specchio riflesso di una società brutalizzata. Da Primavera dei Teatri XIX. Recensione

 

Teatro. Ultimo avamposto di resistenza alla deriva di una società morente. Non è soltanto per la capacità di interrogarsi sul presente, non è per la volatilità – dunque la necessità di afferrare tutto nell’istante dell’accadere – di tale forma espressiva, il nodo qui è la domanda in trasparenza umana, la qualità della compresenza di palco e platea – noi e voi – all’interno di un contesto in cui potenziare l’intenzione dialettica, mettere sotto indagine l’evoluzione della società umana. Lo spirito guida dell’artista di teatro è la messa in discussione della vita in corso di svolgimento, non a consuntivo di un’esperienza ma nell’atto della sua trasformazione: il teatro resta in ogni caso una forma d’arte di avanguardia. Ed è in virtù di tale spirito che si riconoscono, primi tra gli uguali, artisti capaci di rappresentare, quindi interrogare, il mutamento. Tra di essi è il collettivo artistico di provenienza veronese Babilonia Teatri, fondato e formato da Enrico Castellani e Valeria Raimondi, con Luca Scotton fin dall’origine, compagnia che dopo aver ricevuto il prestigioso Leone d’Argento alla Biennale Teatro 2016, ha portato in anteprima nazionale a Primavera dei Teatri XIX di Castrovillari il nuovo Calcinculo.

Lo spazio scenico è, come spesso, ridotto a un’ossatura entro cui far stare pochi oggetti ma di presenza concreta, ineludibile. Enrico e Valeria, fin dagli esordi ormai più di dieci anni fa, insistono sull’essere Enrico e Valeria anche quando abitati da voci altre, non già da personaggi, ma da presenze interiori portatrici di un sentire collettivo. È una finta giostra, un finto luna park di gioia sfitta, di lumi a intermittenza, di pop corn e zucchero filato appiccicoso, quello messo in scena; è dunque un contesto ludico la società in cui Babilonia cerca di far apparire le contraddizioni che la ottenebrano, un raggiro efficace che lascia emergere un sorriso complice nel pubblico – come nel caso di una mostra canina per decretare la bellezza oggettiva, svolta sul serio in mezzo alla platea – proprio nel punto in cui emergono gli elementi più duri, proprio là dove la metafora del carosello circolare che deve afferrare il premio si gira all’inverso; e ride inconsapevole, la società educata, della propria decadenza e del sovvertimento in cui è ingannata.

Nella giostra che gira e raggira è prima di tutto la musica, le canzoni cantate da Valeria Raimondi che come una pop star da sagra di paese si carica il peso di quest’altro, di Paese, quello più grande e con la P maiuscola; è una musica (realizzata da Lorenzo Scuda) posticcia nei lineamenti ma concreta e profonda nella struttura portante, animata da testi graffianti e diretti ma molto densi sul piano lessicale, da un arrangiamento accurato ed estremizzato solo per esigenze di contenuto, ma essenziale e pulito nella forma primaria.
È poi nei monologhi della folla che emerge lo stato della società, ovvero la materia di riferimento dell’indagine artistica: la paura di essere aggrediti e il bisogno di protezione, la diffidenza verso la diversità, la sfiducia nella solidarietà, la continua lotta contro un nemico invisibile e a tutti i costi esterno rispetto al proprio gruppo umano, la difficoltà di difendere le proprie posizioni anche rispetto ai propri stessi valori esistenziali; ognuno di questi nuclei testuali è estremizzato attraverso un gioco del rovescio, la meccanica della sintesi espressiva si rivolge al contrario, al negativo, così da far apparire tutto per rifrazione, come “sentire sé stessi dire” cose che non si saprebbero ascoltare mai dalla propria bocca. È in questo svelamento della propria meschinità che Babilonia Teatri riesce a colpire con più forza, lacerando il velo dell’adesione per affondare nel cuore del proprio degrado civile.

In faccia. Dritto in faccia. La viscosità espositiva, ormai marchio di fabbrica del gruppo, se concede sul piano della forma a un’estetica d’insieme sviluppata solo in parte, è nei contenuti di concetto che fa emergere l’esclusività di un’offerta artistica. E, come in faccia, arrivano i “calcinculo”, l’aggiramento della violenza e delle ossessioni, là dove affiorano le cupe contraddizioni di un’umanità impaurita, raggrinzita su sé stessa, incapace di mettersi a fuoco ma, forse, capacissima di darsi fuoco. La giostra fa un giro alla volta, ma non smette mai. Ogni volta si ferma, ogni volta riparte da capo. Basta inserire sempre lo stesso gettone. E il giro ricomincia. Ma sempre più alto è il prezzo, sempre più in alto, il premio da afferrare.