PARADISO

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DEBUTTO 3-4 NOVEMBRE 2017 ROMA EUROPA FESTIVAL

 

di Babilonia Teatri

con Enrico Castellani, Daniele Balocchi, Amer Ben Henia, Joice Dogbe, Josephine Ogechi Eiddhom

collaborazione artistica Stefano Masotti

musiche Marco Sciammarella, Claudio Damiano, Carlo Pensa ( Allegro Moderato)

luci\audio Babilonia Teatri\Luca Scotton

direzione di scena Luca Scotton

produzione Babilonia Teatri, La Piccionaia centro di produzione teatrale |

coproduzione Mittelfest

col sostegno di Fondazione Alta Mane Italia

residenza artistica La Corte Ospitale, Orizzonti Festival

un progetto di Babilonia Teatri e ZeroFavole

organizzazione Alice Castellani

scene Babilonia Teatri

costumi Franca Piccoli

produzione 2017

Un giorno ci siamo svegliati e ci siamo accorti che a fianco alle nostre vite ne correvano delle altre. Correvano su binari paralleli, a pochi metri da noi, ma era evidente che I nostri binari e I loro non si sarebbero mai incontrati.

Abbiamo tirato il freno a mano, inscenato un posto di blocco, piegato le rotaie con le mani, con le pietre e con la testa e alla fine ci siamo scontrati.

Paradiso fotografa questo scontro.

Paradiso dà voce a tre ragazzi minorenni che vivono ospiti di una comunità per minori in affido ai servizi sociali.

Paradiso racconta come le loro vite incarnino per noi l’idea di un Paradiso negato.

Se Paradiso è sinonimo di purezza credo che l’infanzia dovrebbe essere il Paradiso di ognuno, il momento in cui poter vivere la propria purezza, prima di sporcarsi e corrompersi.

Paradiso racconta di chi non ha avuto la possibilità di vivere la propria purezza perchè qualcuno di molto vicino non gliel’ha permesso.

Racconta di come il Paradiso stia prima.

Prima di perderlo.

Racconta di chi l’ha perso troppo presto ed ora lo rivuole indietro.

Rivuole tutto quello che gli spettava. Con gli interessi e la mora.

Racconta qualcosa che non è facile raccontare.

Ma lo racconta lo stesso.

Paradiso ha il suo fascino nel suo sovraumano tentativo di raccontarci l’inenarrabile, l’immemorabile e l’incomprensibile.

Un grembo sonoro accompagna il racconto.

Segue e determina le onde dello spettacolo.

Il set musicale è elettronico e tutti i suoni vengono filtrati attraverso un computer. Sono suoni spesso acidi che diventano anima e corpo del nostro Paradiso negato.

Paradiso chiude la nostra personale trilogia dantesca: Inferno (2015), Purgatorio (2016), Paradiso (2017).
I tre spettacoli hanno come tratto comune sia la completa libertà con cui ci siamo avvicinati alla materia dantesca, sia la scelta delle persone che abitano i diversi spettacoli.
Inferno e Purgatorio hanno come attori Enrico Castellani di Babilonia Teatri e nuclei diversi dell’associazione ZeroFavole di Reggio Emilia, mentre per la creazione di Paradiso a loro si aggiungeranno alcuni componenti dell’Orchestra Allegro Moderato di Milano.

Il Paradiso è il luogo per antonomasia della musica. Luogo celestiale dove la musica e il canto accompagnano Dante lungo tutto il suo cammino. Da qui l’idea della musica dal vivo. Musica non come sfondo né atmosfera, ma come drammaturgia. Come attore dello spettacolo.

Paradiso si interroga e indaga le possibilità di abitare la scena attreverso mondi, corpi, voci e vissuti non conformi che crediamo possano rappresentare e raccontare un tempo, il nostro, che sfugge a qualsiasi tipo di definizione e a qualsiasi pretesa di classificazione con grande efficacia, sia da un punto di vista etico che da un punto di vista estetico.

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PATRIZIA VITRUGNO, PEDIGREE, ILGRIDO.ORG, 29/09/2016

Sono state “tre serate speciali, per amateurs e per spettatori civili” gli altrettanti appuntamenti tenacemente voluti e “consumatisi” sul palco del Teatro India di Roma che ha generosamente ospitato la ventitreesima edizione della rassegna Garofano Verde – scenari di teatro omosessuale curata da Rodolfo di Giammarco. Una rassegna desiderata con caparbietà da Società per Attori, nonostante la mancanza di sostegni istituzionali, e appoggiata dal Teatro di Roma che ha messo a disposizione i suoi spazi. Il resto l’ha fatto la selezione dei testi a cui lo stesso curatore augura “un prosieguo di rappresentazioni ancora più ufficiali, più definite, più programmatiche”. Destino già vissuto da precedenti lavori che qui hanno visto la luce, per poi conquistare le platee più diverse, vivendo di vita propria.

L’edizione 2016 di Garofano Verde sceglie di schierare in apertura “Pedigree” di Babilonia Teatri con la scrittura e la lettura di Enrico Castellani e la cura di Valeria Raimondi. “Pedigree” esplora un mondo ancora poco conosciuto ma molto attuale dei figli di coppie omosessuali, in questo caso due compagne-madri, indagando la psicologia del giovane figlio. La lettura si snoda attraverso fitti giochi di parole fatti di ripetizioni quasi ossessive condite dalle canzoni di Elvis Presley (una fra tutte Can’t help falling in love che caratterizza un emozionante ballo madri-figlio). Il racconto letto da Castellani è quello di un ragazzo che descrive la sua vita “diversa” rispetto a quella dei coetanei, una vita che comprende l’assenza del padre donatore e i cinque fratelli di sperma sparsi per il mondo.

Lo stile è quello tipico di Babilonia Teatri: asciutto ma schietto, sincero ma poetico. Seppure in una forma appena abbozzata e ancora primordiale (il testo in realtà è un work in progress), il breve reading descrive chiaramente la situazione di chi, avendo due madri o due padri, si sente come un animale al quale viene chiesto il proprio pedigree. Problemi di identità e di coscienza generano nuove domande alle quali non tutti e non sempre sono in grado di dare delle risposte adeguate. E il Garofano Verde è una rassegna che proprio per questo andrebbe tutelata e maggiormente sostenuta perché, soprattutto in questi anni un po’ bui, getta la giusta luce su una tematica di estrema importanza.

VALENTINA DE DIMONE, nuovi critici / garofano verde / pedigree, cheteatrochefa-roma.blogautore.repubblica.it, 30/09/2016

Quattro polli per otto persone uguale mezzo pollo a testa. Un calcolo semplice, di quelli che anni di scuola ci hanno insegnato a fare a mente, e i conti ecco che quadrano alla perfezione, consegnando ad ognuno la parte che gli spetta. Ma le divisioni nella vita reale, chissà perché, non tornano mai, sembrano sempre restituire uno scarto, un’assenza a cui non è possibile rimediare. Altro che scienza esatta, nell’algebra dei sentimenti le incognite, come tarli cocciuti, trovano comunque uno spazio per la proliferazione.

Enrico Castellani, di Babilonia Teatri, legge Pedigree per il pubblico del Garofano Verde, ed è in questa mancanza, in questo residuo di fondo, che va ad insinuarsi con la prima versione del suo testo, ancora in progress, concepito appositamente per la rassegna romana di teatro omosessuale giunta, ormai, alla sua ventitreesima edizione.
In poltrona, luci soffuse, abiti comodi, iPad in mano, Castellani si fa scorrere fra le dita la storia di Simone e della sua famiglia allargata, con due madri di fatto, un padre donatore e cinque fratelli di sperma sparsi per il mondo ma riuniti insieme ogni Natale. Ed è proprio il genitore biologico, il presente/assente per antonomasia, il termine noto che non combacia nell’equazione imperfetta di questo paradigma, la parte che avanza e non si sa comporre, la metà di pollo che a Simone, fin dai problemi di matematica, è sempre stata indigesta. Perché è sulla sua pelle, nei tratti sconosciuti della sua fisionomia, nella coscienza di un’identità in fondo carente, che quel padre mai incontrato, eppur così presente, fa sentire la sua morsa di solitudine. In quest’abisso di incertezze, di desideri negati, di diritti e di consapevolezze che sono specchio del nostro tempo, Pedigree di Enrico Castellani mette piede con limpidezza, senza mai indugiare su sentimentalismi forzati, su rapide conclusioni, su ragionamenti fasulli. Scegliendo di raccontare con una disinvoltura che è cifra stilistica del linguaggio dei Babilonia, un linguaggio che si lascia attraversare, ed ascoltare, senza intoppi ma che non scivola via, rimane, nelle orecchie, sulla pelle, nel corpo, come una memoria anatomica che ferisce e colpisce per il peso di umanità che si porta dietro, nella poesia delle sue parole leggere.