PURGATORIO

Purgatorio è i nostri segreti e i nostri desideri.

È un sacco da box che oscilla sopra le nostre teste. Le sue oscillazioni ci sfiorano e ci accarezzano. Ci cullano e ci sbattono. Non sono oscillazioni regolari, né continue. Sono scosse come quelle della corrente alternata. Il pendolo ci ricorda che la nostra parabola non è infinita. Ogni attimo il tempo di oscillazione diventa sempre più breve fino alla stasi. Alla pace.

Con Purgatorio ci chiediamo se è dopo la fine che si comincia a purgare, come ci racconta Dante, o se invece, al contrario, con la fine si mette fine al nostro purgare.

Le lumache vanno fatte spurgare da vive. Le vongole da morte. Noi da che parte stiamo. Al termine del processo di espiazione saremo uomini e donne migliori? Cosa stiamo cucinando? Per chi? Quali sono gli altri ingredienti?

Chi giudicherà il risultato? Uno chef stellato?

Purgatorio svuota l’idea di peccato come il catechismo la insegna e la seppellisce con una risata liberatoria e iconoclasta.

Purgatorio confessa l’inconfessabile e ci racconta le nostre debolezze e fragilità. Le nostre brutture e la nostra sporcizia.

Purgatorio ci spoglia per consegnarci mezzi busti nudi dietro a un tavolo da conferenze. Ci seppellisce e ci rianima. Ci chiude gli occhi con cambre di ferro come tocca agli invidiosi. Per non vedere e per non essere visti. Ci fa chinare la testa per rialzarla sempre ogni volta. Carichi di orgoglio e di dignità.

Purgatorio non mette in scena Dante ma ne sposa l’epica. Ci ricorda l’unicità di ogni vita e la sua grandezza. Di ogni vita che abita il palco mostra l’essenza per godere della sua necessaria irripetibilità.

Purgatorio è un insieme di corpi diversi e lontani fra loro che si incontrano sul palco per diventare metafora di un’umanità più larga. Un’umanità che soffre e che ride. Che gioca con Dante e con la sua Commedia in un continuo scivolare dalla verità alla finzione senza mai svelare fino in fondo se quello a cui stiamo assistendo è stato deciso o sfugge a qualsiasi controllo. Senza mettere un limite netto tra noi e Dante, ma immaginando che veleggiare dal quotidiano alla commedia e viceversa sia una possibilità reale e tangibile.

Lo sapete che io vorrei attraversare a nuoto l’oceano.

Lo sapete che ho seppellito 100 € ma non so più dove.

Lo sapete che vorrei incendiarmi il sedere.

Lo sapete che mi sono lavato senza peli, li ho appoggiati sull’attaccapanni e poi me li sono rimessi.

Lo sapete che vorrei riempire una stella di marmellata.

Lo sapete che vorrei aspirare l’estintore con la bocca.

Lo sapete che vorrei un bambino piccolo e io pepperepè.

Lo sapete che mi berrei 4 damigiane di vino rosso da buttarmi giù e sbattermi contro i muri.

Lo sapete che se ci fosse il campionato del mondo per sbattitori di maionese lo vincerei io.

Lo sapete che io andrei in banca con un fucile a canne mozze e farei piazza pulita.

CREDITI

con Enrico Castellani e Daniele Balocchi, Maria Balzarelli, Chiara Bersani, Carlo Trolli, Paolo Terenziani
produzione 
Babilonia Teatri
un progetto di 
Babilonia Teatri e ZeroFavole
collaborazione artistica 
Stefano Masotti, Sara Brambati
con il sostegno della
Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
con il contributo di 
fondazione Alta Mane Italia (AMI) e Fondazione Manodori
produttore esecutivo 
La Piccionaia S.C.S.
organizzazione 
Alice Castellani
scene 
Babilonia Teatri
luci e audio 
Babilonia Teatri / Luca Scotton
costumi 
Franca Piccoli
foto 
Martina Manzini e Andrea Avezzù
foto di scena Eleonora Cavallo
residenza artistica La Corte Ospitale di Rubiera, La Biennale Teatro di Venezia

“Cos’è Purgatorio di Babilonia Teatri? È una lunga ed emozionante azione poetica in cui la presenza di Enrico Castellani e, dalla regia di Valeria Raimondi, è guida e tutela, è parte integrante della poesia di quei corpi mostrati nella loro diversità.”

Nicola Arrigoni

RASSEGNA STAMPA

Dopo il toccante Pinocchio di qualche anno fa, i Babilonia Teatri nel loro nuovo spettacolo tornano a lavorare con interpreti disabili, in un percorso che non può essere definito collaterale, ma è ormai impresso profondamente nell’identità del gruppo veronese. La versione definitiva di Purgatorio, che ha debuttato al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia, conferma le impressioni ricavate dallo “studio” presentato lo scorso settembre al festival b.Motion di Bassano: nel rapporto creativo con persone portatrici di varie forme di disagio, i Babilonia mostrano un approccio originale, lontanissimo da qualunque tentazione di pietismo.

Mentre il loro teatro è caratterizzato di solito dai toni forti, aggressivi, in questo genere di esperienze, Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, autori e registi del progetto, mettono invece una sorprendente delicatezza, puntando su uno stile lieve, spigliato, allusivo. Lo stesso Castellani, che è in scena fra i cinque attori della compagnia ZeroFavole, seminudi, esposti indifesi agli sguardi degli spettatori, più che dirigerli sembra giocare con loro come un fratello più spavaldo e disinvolto. E una sorta di impronta ludica, beffarda, scanzonata pare improntare l’intera costruzione drammaturgica.

Il purgatorio, assunto a metafora di un atteggiamento nei confronti di se stessi e dei propri problemi, è una condizione sospesa dell’esistwenza quotidiana, uno stato mentale a metà strada fra l’appagamento e la dannazione. Non è il paradiso dei normodotati, dei sani, di quelli che ostentano corpi perfetti plasmati in palestra, ma non è neppure l’inferno di incessanti sofferenze che viene mostrato da altri artisti che operano in questo campo. È uno spazio dell’anima in cui si può sorridere della propria realtà, si può fare dell’ironia su come la vedono gli altri, si può persino immaginare di essere diversi, più belli, più aitanti.

Non a caso lo spettacolo si apre con una specie di liberatoria elencazione collettiva di sogni e desideri “proibiti”, essere alti più di due metri, avere tanti soldi per “andare a donne”, essere dotati di uno scheletro di ricambio (che, detto da una ragazza affetta da una gravissima patologia ossea, prende un’acre risonanza di sfida). Tutti vorrebbero essere il pugile Rocky, emblema di una messinscena dominata da una serie di sacchi da boxe, ma sono dei Rocky perdenti, destinati alla sconfitta: anche questo, però, è un aspetto della vita, che va accettato senza recriminazioni.

Il riferimento alla Divina Commedia è ovviamente sempre presente, ma resta sullo sfondo: l’unico richiamo diretto è al girone degli invidiosi, con una delle attrici che mima di cucire gli occhi ai suoi compagni. Per il resto, c’è il poeta con una Beatrice in sedia a rotelle, ci sono un Dante e un Virgilio che estraggono a sorte i rispettivi ruoli nel viaggio in quel luogo di espiazione. Non ci sono, però, peccati da espiare: c’è la scena di una paradossale confessione collettiva in cui si irride all’idea stessa di colpa e punizione. Si riflette piuttosto sull’utilità di purghe e spurghi: quelle riguardano l’anima, questi i corpi.

Va aggiunto, in fatto di corpi, che pur affidato ad attoridalle movenze non proprio disinvolte, Purgatorio è uno spettacolo di imprevedibile fisicità, in cui senza sosta si striscia, ci si rotola in immaginari prati di margherite, si evocano situazioni da discoteca, con un’esuberanza esibita, forzata ma mai grottesca. Il solo accenno a un qualche senso di inferiorità è nel finale, in cui risuonano le paole agre du Un giudice, la canzone di Fabrizio De André, che si chiude però con un moto di rivalsa: e tutta l’azione è in fondo percorsa da un’aria di riscatto, da uno sforzo di reagire ai colpi bassi della vita.

Purgatorio. Un progetto di Babilonia Teatri e ZeroFavole. Repliche l’11 febbraio ad Asolo, il 25 febbraio a Lecce, il 12 aprile a Verona.

REGGIO EMILIA – Il senso di colpa e il tabù sono le due tra le molle più potenti, e devastanti, dell’animo umano. Soprattutto se si parla di popoli latini, e cattolici, queste due leve, l’una che vorrebbe sottrarre e proteggere, far da frontiera e bloccare, l’altra che vorrebbe riparare ma a giochi fatti, sono le gocce del vortice del Yin e Yang che si inseguono, avendo necessariamente bisogno l’uno dell’altro per continuare ad esistere, perpetrare nel loro circuito di cadute e risalite, di tradimenti e pentimenti, di sbagli ed errori, di punizioni e perdoni, di istinti e razionalità. Se il tabù è la guerra preventiva, il senso di colpa agisce a cose già accadute, il ché presuppone che il danno, l’inganno, il misfatto sia ormai passato. Se il primo elemento agisce per negare un futuro, il secondo ingrediente si anima per giustificare, calmierare un ricordo, cancellare un passato.

Tra questi due argomenti sta la vita, il presente fallace dell’uomo, la sua condizione di eterno fallimento, il nostro quotidiano “Purgatorio”, sospesi tra il poter essere angeli e lo scegliere il demone che comunque ci abita. Limbo come quello che mettono in scena i Babilonia (passati dall’arrabbiatura punk degli esordi a questo nuovo percorso più riflessivo e introspettivo, maturo e posato) con alcuni attori portatori di vari handicap e patologie (se fosse un vinile sarebbe il b-side di un loro spettacolo del recente passato “Pinocchio”), “come pugili dopo un incontro, come gli ultimi sopravvissuti” in un impianto pulito, vuoto, ampio e scarno (“guarda che anch’io ho fatto a pugni con Dio”) con i sacchi da boxe (appesi in alto come puntine di un giradischi o taglienti ghigliottine nel loro pericoloso basculare) da colpire che sono i guai, le difficoltà, le montagne da scalare, l’avversario, il nemico. Siamo come sacchi da prendere a pugni, siamo sbilenchi e oscillanti in queste vite decentrate e fuori fuoco, storte e sciancate: “Abbiamo tutti perso”, urlano questi corpi colpiti.

Il ragionamento prende la piega sulla dicotomia purgare/spurgare; qui sta, da una parte, l’accusa a un Dio, se esiste, dall’altra alla Natura matrigna e al senso di colpa-j’accuse alla platea di “normodotati”. Se “purgare” contiene in sé la punizione (c’è anche un prete che ascolta i peccati di ogni personaggio che inevitabilmente si porta addosso le disabilità della persona) e lo “spurgare” assume i contorni della liberazione e della pulizia, emerge che il corpo deformato sia un castigo e insieme una possibilità di rinascita, una prova. Enrico Castellani è il “padre”, mai padrone, di questo equipaggio di marinai barcollanti ma tenaci, per un teatro umano che mette in dubbio le certezze, che sposta gli assiomi e le verità con l’instillare di punti interrogativi con delicatezza, l’apertura di porte con gentilezza. Mentre Chiara Bersani trascina la sua carrozzina, come Prometeo la pietra, e Daniele Balocchi con la palla stroboscobica è un Atlante contemporaneo, questi guerrieri veleggiano nelle loro incertezze e paure, che sono uguali alle nostre ma soltanto più visibili.

Credo che a legare tra loro i molti titoli presentati al festival B.motion -alcuni nuovi o nuovissimi, altri già rodati- fosse la centralità della ricerca drammaturgica, una ricerca particolare, sempre sul filo dell’abbattimento delle convenzioni rappresentative. Che nei testi di oggi gli attori non siano in genere chiamati a interpretare vicende fasulle, ma a raccontare direttamente la propria realtà o quella dei personaggi, è ormai scontato. Nella rassegna di Bassano, però, questa vena auto-narrativa assume una varietà di toni davvero sorprendente. (…)

Pur proposta in forma di studio, la più forte di queste esperienze è stata di sicuro Purgatorio, realizzato -nella scia del toccante Pinocchio– da Babilonia Teatri con la compagnia ZeroFavole, che raccoglie attori disabili. Qui il sovrapporsi tra vita e rappresentazione è totale. Guidati da Enrico Castellani, sul palco con loro, i cinque interpreti seminudi, esposti agli sguardi nelle loro fragilità, giocano su argomenti all’apparenza slegati dalla loro condizione, i film di Rocky, il peccato e la confessione: ma, qualunque sia il tema trattato, parlano sempre di se stessi, della propria posizione nel mondo. C’è qualcosa di molto personale in questa ricerca dei Babilonia: i ragazzi down, la ragazza in carrozzella ricordano la strana troupe di Pippo Delbono, ma tra i due mondi c’è l’abisso. Se Pippo fa dei suoi compagni le incarnazioni di una sofferenza assoluta, loro evocano un inatteso vitalismo, un bisogno di reagire al dolore.

Ancora una volta in scena in territorio emiliano: dopo il recente “David è morto” alle Passioni di Modena, Babilonia Teatri torna nei paraggi, con Purgatorio rappresentato il 6 e 7 dicembre presso il Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia.

E, ancora una volta, della drammaturgia e dello stile dei loro progetti ci colpiscono principalmente due elementi: la semplicità (che sa essere innovativa e mai banale) e la netta sensazione di una positiva estemporaneità, che crea un giusto equilibrio fra l’improvvisato e il curato. Di che cosa parla “Purgatorio”? Difficile a descriversi, semplice a vedersi.

Purgatorio parte dal dramma di una lotta: quella della vita. Parte da un incontro: quello delle anime e dei corpi in questo mondo. Parte da un obiettivo: quello di condurre lo spettatore in un oltre che sa di remoto e vicino al contempo.

In scena Enrico Castellani, Daniele Balocchi, Maria Balzarelli, Chiara Bersani, Carlo Trolli e Paolo Terenziani, per un progetto nato dall’incontro fra la compagnia e l’associazione ZeroFavole: ombre e corpi sono i veri protagonisti di uno spettacolo che parte da Dante ma senza volerlo raffigurare filologicamente, prendendone il succo di vita e morte che si può trarre dalla Commedia. Si parte da “io voglio…”, quasi un gioco sul desiderio che muove l’uomo ed è motore di ogni azione, ma che sa svelare anche le ferite, i drammi e la rabbia che scavano nel silenzio del quotidiano. Purgatorio è una lotta fra gli sconfitti (ma combattenti) di Rocky, è l’incontro fra un Alighieri dai pantaloni lucidi e una Beatrice dalla gonna troppo corta, è un gioco di scene, è la risata dissacrante che spazza via il becero moralismo del credente ipocrita. Purgatorio sono gli occhi cuciti – con un immaginario fil di ferro– degli invidiosi (Purg. XIII), sono corpi seminudi dietro a vuote parole e un tavolo da conferenza. Purgatorio ridisegna gli incontri fra le anime e le loro braccia carnali, crea una poesia mai astratta, perché in perfetto equilibrio fra gioco dissacrante e acuta ironia.

Purgatorio dura il tempo di un’oscillazione, prima che il pendolo vitale si fermi. Prima di capire se la fine sia una liberazione o un nuovo (agonistico) inizio.

Purgatorio è un quadro di vita e di morte. E di resurrezione. Una resurrezione da vivere e non da contemplare. Una resurrezione da applaudire, per cui commuoversi, da cui ripartire. Per tirare ancora un pugno a quel sacco da boxe e procedere (con i piedi o con la carrozzina… poco importa), verso la cima del monte che ci attende.

Usciti a riveder le stelle, Babilonia Teatri alza le vele alla navicella dell’ingegno. Esattamente a due anni dal debutto di “Inferno”, esito frutto del primo incontro fra i nuovi Leoni d’argento per il teatro alla Biennale di Venezia e la compagnia ZeroFavole, arriva alla luce “Purgatorio”, nuova fatica di questo ormai consolidato connubio.

Se della pluripremiata ditta Enrico Castellani e Valeria Raimondi sappiamo ormai tutto, è doveroso spendere due parole sulla compagnia ZeroFavole, un gruppo laboratorial-teatrale nato a Reggio Emilia nel 2001, e formato da attori disabili, volontari e tirocinanti che utilizzano il teatro come strumento/pretesto per abbattere le barriere tra le persone; vuole essere un luogo di confronto in cui mettere in atto percorsi formativi ed evolutivi di tutti i partecipanti.

Non nuovi a questo genere di esperienze (si veda il “Pinocchio” realizzato da Babilonia Teatri con la compagnia Gli amici di Luca che opera con persone risvegliate dal coma), Babilonia conferma la sua prolifica sensibilità verso l’interazione con l’alterità.

In “Purgatorio” condottiera non è tanto l’idea di misurarsi con il Sommo Poeta, ma una riflessione introspettiva sullo stato di sospensione che a volte la natura impone alle nostre esistenze, incagliate negli scogli che infestano la rotta verso il paradiso. Sospesi come i sacchi da boxe che oscillano sulla scena, emblemi delle persistenti lotte quotidiane contro cui gli individui “diversi” sono costretti a lottare. Sospesi come i desideri che vengono riscattati nel lungo incipit dello spettacolo, incessantemente rivendicati come esigenza di riscatto e affermazione esistenziale.

Non importa che si tratti di attraversare l’oceano a nuoto o di baciare la ragazza di fronte, importa la loro unicità e l’impellenza di condividerla con altre anime perse. È un’espiazione d’intenti che non segue trame riconoscibili o disegni conclusi, ma la spontanea epifania creativa di un gruppo di attori non-attori che manifesta l’urgenza di una incondizionata accettazione delle differenze umane.
Il Purgatorio diventa così una romantica cavalcata nelle terre di mezzo, dove si incontrano Dante, Beatrice e Virgilio che dialogano senza filtri con Rocky Balboa, l’improvvisato confessore Don Paolo e i relatori ingessati di un dibattito per definire se si spurga più da vivi o da morti.

Babilonia Teatri non sacrifica l’irriverenza della sua tipica cifra stilistica, o la dissacrante inventiva, e invettiva, del teatro pop punk rock a cui ci ha abituato, e ne distilla la pratica per renderlo accessibile ai non omologati compagni di questo viaggio. Si sprigiona quindi un assemblaggio caotico ma lucidissimo di scene e controscene, in cui gli interpreti sono perfettamente a loro agio in un genuino processo espressivo autonomo e liberatorio.
Non importa che si parli di quanti uomini si porti a letto Chiara o della passione sfrenata per la Nutella di Daniele, non sono necessari scrupoli o sacralità, importa la stralunata poesia e la valorosa dignità che quei corpi seminudi sanno elargire senza risparmiarsi.
La magia che Chiara Bersani sprigiona nella sua danza con una carrozzina non è meno suggestiva delle sgangherate lezioni di moralità di Paolo Terenziani nelle vesti di prete; finzione e verità perdono ogni tipo di valore concreto, dissolvendosi in un gioco dove il controllo o l’improvvisazione non hanno più bisogno di riconoscersi, o di svelarsi in una tangibilità reale.

Enrico Castellani si accomoda nel ruolo di allenatore, guida di una squadra che padroneggia abilmente schemi e tattiche, anche se il suo compito assomiglia più a quello di un amico di baldorie, un complice di salutari misfatti che non ha bisogno di mediare o tradurre, ma lascia scorrere un unico filo impercettibile che tende segni, gesti e azioni.

Dietro a un apparente turbinio anarchico di indiscriminati flussi di coscienza, monta un’onda purificatrice che seppellisce ogni debolezza o infermità.
Il successo di questo percorso si misura con la vivace capacità di farci sentire, noi spettatori normodotati, del tutto inadeguati a confrontarci con un mondo in cui sono i nani a sorprendere i giganti.

Le vongole si spurgano da morte, le lumache da vive… l’uomo (s)purga da morto o da vivo? C’è un processo o un percorso che ci possa rendere migliori? Questa via è percorribile e come? E’ un itinerario di questo mondo o dell’altro mondo? E se un altro mondo non ci fosse? Domande e risposte, presenze che dicono, poesia che agisce, umanità che vive e muore. L’oscillare di una serie di sacchi da boxe per un impossibile e buffo Rocky VIII in cui tutti siamo Rocky Balboa, boxeur della vita, una vita da prendere a pugni o magari da guardare dall’altezza di un nano. Immagini e corpi, corpi non conformi – come scrive Enrico Castellani – che ci presenta Daniele Balocchi, Maria Balzarelli, Chiara Bersani, Carlo Trolli e Paolo Terenziani e insieme a loro agisce le possibilità dell’essere altro da sé, ci chiede di purgare con loro il nostro essere diversi, ci chiede di spurgarci, di pulirci l’anima in cerca di una comune humanitas. Seduti in attesa del pubblico, i corpi purganti sono lì per invitarci al viaggio in un Purgatorio terreno in cui gioia e dolore sono un tutt’uno, un «Purgatorio che non mette in scena Dante, ma ne sposa l’Epica, un Purgatorio che confessa l’inconfessabile e ci racconta le nostre debolezze e fragilità».
Cos’è Purgatorio di Babilonia Teatri? E’ una lunga ed emozionante azione poetica in cui la presenza di Enrico Castellani e, dalla regia di Valeria Raimondi, è guida e tutela, è parte integrante della poesia di quei corpi mostrati nella loro diversità. Il corpo minuscolo e la forza espressiva unica e carica di verità di Chiara Bersani con la sua carrozzina protesi meccanica della sua fisicità, piuttosto che la grandezza un po’ goffa di Paolo Terenzani, o ancora il biancore di Daniele Balocchi ragazzo down sono segni, sono presenze vive e potenti che Babilonia Teatri raccontano, di cui mostrano da toccante ed emozionante vitalità. Purgatorio è un viaggio per immagini, per scene come quella della conferenza in cui si discute del significato di purgare e spurgare, in cui la gastronomia e la pizza di Daniele con rognoni e pesce convive con la necessità di definire cosa sia corpo vivo o corpo morto. O ancora la confessione dei peccati: Chiara che fa sesso tutti i giorni con uno, due, tre, quattro uomini, oppure la Nutella che è come e peggio della droga per Daniele, sono brandelli di racconti che fanno sorridere, che appaiono paradossali, ma dietro quei paradossi non mancano di ricordare l’unicità di ogni vita e la sua grandezza.
Si potrebbero descrivere i diversi quadri di cui si compone il Purgatorio di Babilonia Teatri, si potrebbero rincorrere ed evocare le suggestioni regalate da un’estetica che si compone di gesti, di una forte e denotante colonna sonora, di uno spazio scenico vuoto che finisce col riempirsi di vita, straboccare di melanconica comicità. Ma nel trascrivere ciò che accade si perderebbe – inevitabilmente – il difficilmente definibile sentimento di bellezza che sa regalare il Purgatorio laico che Enrico Castellani costruisce dall’interno, compone insieme ai suoi attori non conformi al teatro, ma pieni di vita e di presenza, non mediati e per questo segni reali e potenti di una possibilità altra di guardare il mondo. Per questo Purgatorio di Babilonia Teatri è un’emozione, è un’esperienza, è un’azione poetica che diventa impossibile o meglio difficile da tradurre in parole. Quello che costruisce Enrico Castellani insieme ai suoi attori ‘diversamente belli’ è un mondo altro, è la necessità di un incontro che trasforma nell’intimo. Per questo assistendo a Purgatorio si sgranano gli occhi, ci si ritrova nella condizione di non voler perdere un istante, un’azione, un respiro perché in quei corpi c’è la possibilità di ridefinire il nostro spazio nel mondo o forse la stessa rappresentazione che abbiamo del mondo. In un continuo scivolare fra verità e finzione, fra ‘battuta da dire’ e la forza di essere se stessi malgrado tutto ci si ritrova di fronte ad una sorta di astrazione estetica. Le posizioni dei corpi, il loro comporsi come cadaveri intombati, piuttosto che il loro mettersi in fila legati da un invisibile filo che cuce gli sguardi sono immagini di un quadro astratto, sono pura forma che ha la potenza di un contenuto etico in grado di cambiare e trasformare.
Babilonia Teatri con Purgatorio procede – in parallelo ai suoi spettacoli come The end o Jesus – il percorso legato alla verità del non conforme, percorso iniziato con Pinocchio, che è proseguito con David è morto e che ora si rinnova e sviluppa con Purgatorio. È come se nell’urgenza scenica di Babilonia Teatri ci fosse la necessità non solo di elaborare una propria normale estetica del teatro, ma anche di mettere in tensione il linguaggio della scena con la possibilità di condividere un percorso scenico con quei corpi/persone non omologati alla norma. Nella loro apparente ‘non conformità’ Daniele, Chiara, Paolo, Claudio Carlo dichiarano la nostra inadeguatezza, costruiscono narrazioni che sono, si limitano ad essere, narrazioni che noi conformi dobbiamo trasformare in racconti-altri perché siamo preclusi alla loro vertiginosa alterità che vuol dire aprirsi su un mondo altro. In questo senso Purgatorio ci seppellisce e ci rianima, ci offre uno sguardo nuovo, altro nei confronti della realtà… come solo il teatro d’arte sa fare.